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LA CROCE NEL RACCONTO DI VINCENZO CELLA

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Le news - Personaggi

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Vincenzo Cella e la Croce a Rignano Garganicodi Antonio Del Vecchio

RIGNANO GARGANICO. La Croce e il Santo. Tra qualche giorno compirà cinquantanov’anni la grande Croce in ferro che campeggia in bella vista su un poggio della balconata Ovest in prossimità di Rignano Garganico. L’evento sta suscitando un grande ed inusitato interesse tra la popolazione, perché nella medesima zona, ribattezzata negli ultimi decenni “La Croce” al posto dell’originario e secolare “Capolumonte”, è destinata, infatti, ad ospitare la grande statua di Padre Pio, forse la più alta del mondo.

Tanto in virtù di un recente deliberato della giunta municipale, sollecitato dall’apposito Comitato promotore. La Croce in ferro, che misura circa cinque metri in altezza, compreso il piedistallo, e due e mezzo in larghezza (bracci), per via della sua fattura prettamente manuale, di cui si dirà, si presenta all’occhio del visitatore in tutta la sua semplicità ed essenzialità, moderatamente slanciata e funzionale. Incrociate sul simulacro principale vi sono due lunghe lance con le punte arrotondate, per ovvi motivi precauzionali e di sicurezza, specie per i ragazzi che qui si avventurano nei mesi caldi per giocare. Sulla lapide marmorea posta alla base del simulacro, scolpita a mano, si legge a più righe: “ Al Cristo Redentore / il Popolo di Rignano/ in ricordo della Missione/ dei PP. Passionisti/ 16 Novembre 1951”. Il nome dell’artefice lo si evince sul corpo del ferro, anch’esso, inciso con scalpello e martello: Matteo Cella. Ma chi è e perché lo fa? Ce lo racconta il figlio dell’artefice, Vincenzo (classe 1936). Corre la fine degli cinquanta. In paese vi sono tre passionisti, P. Roberto, P.Gianbattista e P. Edoardo, chiamati per l’occasione dall’arciprete, mons. Giovanni Draisci. Le loro prediche sono seguite con viva attenzione dagli abitanti, tanto che ognuno si ritiene fortunato, se gli stessi si degnano di visitare ed intrattenersi nelle loro case. Il turno tocca anche alla famiglia originaria dei Cella, rappresentata da “tatà” Leonardo e mamma Mariannina, che accolgono con grande gioia l’arrivo in casa dei passionisti. Al pranzo vi partecipa l’intera famiglia, compresi il figlio Matteo(1902 – 1986) e i suoi. Durante la conversazione, si parla della Croce in ferro da realizzare , in segno di devozione per il Redentore e per ricordare la venuta dei suoi annunciatori passionisti. Matteo si fa avanti. Ci penserà lui a compiere l’ardua impresa. Seppure non ritenendosi un vero artista, sarà il Cielo a guidare la sua mano. Intanto il materiale principale c’è già in magazzino. Si tratta di due “lame” (spranghe di ferro) lunghe quattro metri, di quelle che servono per sostenere le volte di mattoni. Arriva l’inverno e Matteo come tutti gli altri smettono di lavorare e tornano in paese. Il suo primo pensiero è la Croce e comincia subito, facendosi aiutare dal figlio Vincenzo. Segano a misura le due spranghe, una per il corpo, l’altra per i bracci. Vanno via giorni e giorni di lavoro. Passano altre settimane ancora per fare i buchi con martello e punteruolo. Fissano le due parti con grossi chiodi di ferro. Ma la Croce non è ancora fatta. Bisogna limare ogni parte ed angolo. Arriva Natale, ma siamo ancora all’abbozzo. Mancano le lance della flagellazione. Bisogna reperire dapprima il ferro adatto che non c’è. Cosi ché Matteo, un certo giorno, in groppa alla sua giumenta si mette in viaggio alla ricerca dei due ferri. Raggiunta la pianura, passa in rassegna ad una ad una tutte le masserie da lui frequentate. Invano. Quando, ormai disperato pensa di ritornare indietro, finalmente in fondo ad uno “ staddone” (grande stalla per quadrupedi) scopre in un angolo un vecchio cancello in disuso. Con il permesso del padrone, lo scardina e preleva le due aste occorrenti, fortunatamente provviste con punte a freccia. Passano altri giorni ancora e forse mesi. Si è nel cuore dell’inverno e fa tanto freddo, per stare a lungo tempo in magazzino. Finalmente un giorno si intravede il sole, l’aria anche se rigida è quiete. Allora, padre e figlio decidono di ritornare al lavoro usato. Sempre con la lima mettono a nuovo le due aste, attutiscono le punte e, incrociate, le fissano con speciali aggeggi al corpo e ai bracci della Croce. Ma non è finita. Manca la firma e la data, ma non sanno come farle, in quanto non hanno l’esperienza di un fabbro o di un incisore. Alla fine l’artefice, decide di provarci. Dopo aver scelto il campo (parte bassa del corpo), tracciato a stampatello tutti i dati ed affilato lo scalpello alla “mola”, a colpi di martello riesce piano piano ad incidere sul ferro la prima linea di una lettera. E passa qualche ora! A primavera, il lavoro è finito. Viene informato l’arciprete, per la scelta del luogo e della data dell’inaugurazione. Il luogo è appunto Capolumonte, la data è il 16 novembre, giorno della partenza dei Missionari, avvenuta un anno prima. Si prepara, intanto, il piedistallo, con l’aiuto di volenterosi muratori, e la lapide commemorativa. Si fissa la Croce. Finalmente arriva il grande giorno dell’inaugurazione. Una sterminata folla (in pratica quasi tutta la comunità praticante), dopo aver lasciato la chiesa ed attraversate in processione le vie principali del paese, intonando canti e preghiere religiose, raggiunge il posto in pochi minuti. A precederla ci sono: l’arciprete Draisci con gli altri sacerdoti, le massime autorità civili, capeggiate dal sindaco Pasquale Ricci in fascia tricolore, e in grande uniforme i vigili urbani e il comandante della stazione dei Carabinieri. Dopo la benedizione e la preghiera, seguono scroscianti applausi, uditi in tutto il circondario e perfino dai battitori e dalle raccoglitrici di olive impegnati nelle sottostanti pendici della montagna che, in cuor provano un po’ di sconforto per non aver potuto partecipare anche loro al grande e storico evento. Il luogo deputato allo scopo, come si accennava, oltre ad essere benedetto da Dio per la presenza della Santa Croce, “ha una posizione aerea dominante sull’intero Tavoliere. Da qui si gode, infatti, la visione di un panorama raro e suggestivo…”. Se così è, l’una e l’altra effigie, potranno essere viste e notate da ogni angolo vicino e lontano della Capitanata, e non solo. C’è di più, il poggio con la sua Croce, ritornerà a svolgere la sua antica e nominata funzione di “monte guardiae Riniani”, di cui si parla in un documento del 1029. E questo non solo per il paese, ma anche per la grande statua, così come accade oggi per il liteo simbolo, che si erge accanto alla nuova Chiesa di San Pio in San Giovanni Rotondo. “Non può essere che questo – conclude con accenti commossi il nostro interlocutore – il luogo più adatto per la statua in onore dell’uomo diventato Santo proprio in virtù dei segni del Cristo e della sua Croce: le stigmate”.

Fonte Garganopress.net