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ROSEDDA il capolavoro di Giulio Ricci
LA MASSIMA
Non sempre si resta incudine, spesso si torna martelli. Lo dico a quegli stolti che usano le minacce invece delle parole! Chi scrive lo fa perché crede in questa arte e non si tirerà mai indietro di fronte a qualsivoglia pressione di questo o di quello stolto (Nonna Papera) :-DCosa ne pensi? Ti aspettiamo su Facebook!
| ECCO IL VOLTO DELL'UOMO DI GROTTA PAGLICCI |
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| Le news - Attualità | |||
| Scritto da Administrator | |||
| Mercoledì 09 Dicembre 2009 07:40 | |||
NELL'AMBITO DELLA MOSTRA "DARWIN 1909 - 2009" CHE SARA' VISITABILE A BARI FINO AL 15 FEBBRAIO 2009, NEL CORSO DELLA QUALE VIENE ILLUSTRATA L'EVOLUZIONE DELL'UOMO E DI TUTTI GLI ESSERI VIVENTI DEL PIANETA - UNO SPECIALE DI GARGANOPRESS E RIGNANONEWS SULL'HOMO SAPIENS VISSUTO NELLE CAMPAGNE DI RIGNANO 23-25.000 ANNI FABARI. Svelato il volto dell'uomo di Grotta Paglicci, il noto sito paleolitico ubicato nelle campagna di Rignano Garganico, vissuto sul Promontorio tra i 25.000 e i 23.000 anni fa. L'eccezionale novità è venuta fuori al termine dell'inaugurazione della mostra "Darwin 1909 - 2009" visitabile a Bari presso il Castello Svevo di Bari fino al 15 febbraio 2009 (http://www.darwin2009.it). Dopo la ricostruzione del volto della donna di Paglicci, vissuta in zona più o meno nello stesso periodo dell'ominide di sesso maschile, ora è possibile ammirare quello del giovinetto, sicuramente un cacciatore deceduto per qualche incidente o per malattia a 12-13 anni. Ma chi erano gli amitanti di Grotta Paglicci? Ce lo spiega l'archeologo Arturo Palma Di Cesnola, già docente presso l'Università degli Studi di Siena, che da un quarantennio si occupa degli scavi nell'antro rignanese. L'UOMO DI PAGLICCI "(...) I resti fossili umani rinvenuti nella Grotta di Paglicci e comprendenti, ricordiamo, gli scheletri del giovinetto e della donna di età gravettiana: quello incompleto dell'orizzonte epigravettiano finale, i denti, i frammenti di cranio e di mandibola e le ossa lunghe degli strati sia gravettiani che epigravettiani, sono stati oggetto di analisi antropologica da parte dei prof. C. Corrain dell'Università di Padova, dei proff. F. Mallegni e R. Parenti dell'Università di Pisa, nonché dei proff. S. Borgognini Tarli e Fornaciari (per la parte paleopatologica) della stessa Università.I dati finora in nostro possesso concorrono alla attribuzione dei resti di Paglicci al tipo umano di Cro-Magnon, largamente diffuso in Europa durante il Paleolitico superiore. Il soggetto giovanile gravettiano di Paglicci, pur presentando i caratteri di questa varietà umana, nella elevata statura, nella costituzione longilinea, ed in parte anche nella architettura generale della scatola cranica, possiede tuttavia una maggiore altezza della faccia e specialmente delle cavità orbitarie, che lo avvicinerebbe piuttosto al tipo mediterraneo. Il cromagnoniano classico, infatti, in contrasto con l'allungamento della scatola cranica, ha una faccia larga e bassa, orbite decisamente basse, a contorno rettangolare e disposte un po' obliquamente. Il tipo mediterraneo è invece più armonico, nei rapporti fra cranio neurale e cranio facciale. In questo senso le osservazioni del Mallegni e del Parenti sul giovinetto gravettiano sono state però molto caute e non prive di riserve. Ciò, sia per La troppo tenera età del soggetto medesimo, sia per la difficile e delicata ricostruzione del cranio, le cui ossa erano particolarmente fratturate e in stato di conservazione non ottimale. Una diagnosi certo più definitiva del tipo razziale di Paglicci in età gravettiana può essere invece fornita sulla base dello studio dello scheletro, pure quasi completo, del soggetto adulto e meglio conservato, rinvenuto nelle campagne 1988-89. Quest'ultimo scheletro, come si è visto, femminile, stando alle osservazioni preliminari del prof. F. Mallegni, possiede caratteri che lo fanno rientrare "con tutta sicurezza" nel tipo umano cromagnoniano. Per citarne alcuni, oltre alla statura elevata, il contorno ovatopentagonoide del cranio, il forte appiattimento (in norma laterale) della regione obelica, "tanto da mettere in evidenza un occipite posteriormente protruso", la orma larga e bassa della faccia, con le orbite basse e quadrangolari; il naso estremamente stretto e a ponte alto; la grandezza dei denti, ecc. Il Mallegni, sottolineando poi la particolare robustezza dello scheletro della donna, lo sviluppo davvero considerevole del corpo della mandibola, sebbene a mento appuntito come abitualmente nei soggetti femminili, i marcati rilievi sopraccigliari, della linea nucale superiore, delle mastoidi, ecc. (tratti morfologici, tutti questi, che si riscontrano di norma nel sesso maschile), esprime l'opinione che in queste antiche popolazioni umane esistesse un "probabile dimorfismo sessuale attenuato". In altre parole, durante il Paleolitico superiore la differenza di aspetto tra uomo e donna doveva risultare meno accentuata che attualmente. In quanto ai resti singoli e frammentari, provenienti dai vari orizzonti gravettiani (dal 21 al 18), la Borgognini Tarli, che ne ha effettuata l'analisi, data la loro scarsa consistenza, non ha potuto trarre che conclusioni assai parziali. Fra queste possiamo citare la segnalazione di alcuni caratteri come indicativi di una forma "attenuata" del Cro-Magnon. Da parte sua il Corrain, che ha esaminato lo scheletro incompleto e gli altri resti singoli di età epigravettiana, non ha mancato di osservare, specialmente negli arti inferiori, un certo grado di arcaicità, pur nell'ambito del tipo umano cromagnoniano. Come si vede, sotto l'aspetto antropologico, se anche sono stati ottenuti risultati già di una certa importanza, molto resta ancora da fare, prima di poter pervenire a una precisa definizione del tipo umano vissuto a Paglicci durante il Gravettiano ed alla conoscenza della sua possibile evoluzione nel corso dei tempi epigravettiani. I resti fossili umani rinvenuti nella Grotta di Paglicci e comprendenti, ricordiamo, gli scheletri del giovinetto e della donna di età gravettiana: quello incompleto dell'orizzonte epigravettiano finale, i denti, i frammenti di cranio e di mandibola e le ossa lunghe degli strati sia gravettiani che epigravettiani, sono stati oggetto di analisi antropologica da parte dei prof. C. Corrain dell'Università di Padova, dei proff. F. Mallegni e R. Parenti dell'Università di Pisa, nonché dei proff. S. Borgognini Tarli e Fornaciari (per la parte paleopatologica) della stessa Università. I dati finora in nostro possesso concorrono alla attribuzione dei resti di Paglicci al tipo umano di Cro-Magnon, largamente diffuso in Europa durante il Paleolitico superiore. II soggetto giovanile gravettiano di Paglicci, pur presentando i caratteri di questa varietà umana, nella elevata statura, nella costituzione longilinea, ed in parte anche nella architettura generale della scatola cranica, possiede tuttavia una maggiore altezza della faccia e specialmente delle cavità orbitarie, che lo avvicinerebbe piuttosto al tipo mediterraneo. Il cromagnoniano classico, infatti, in contrasto con l'allungamento della scatola cranica, ha una faccia larga e bassa, orbite decisamente basse, a contorno rettangolare e disposte un po' obliquamente. Il tipo mediterraneo è invece più armonico, nei rapporti fra cranio neurale e cranio facciale. In questo senso le osservazioni del Mallegni e del Parenti sul giovinetto gravettiano sono state però molto caute e non prive di riserve. Ciò, sia per La troppo tenera età del soggetto medesimo, sia per la difficile e delicata ricostruzione del cranio, le cui ossa erano particolarmente fratturate e in stato di conservazione non ottimale. Una diagnosi certo più definitiva del tipo razziale di Paglicci in età gravettiana può essere invece fornita sulla base dello studio dello scheletro, pure quasi completo, del soggetto adulto e meglio conservato, rinvenuto nelle campagne 1988-89. Quest'ultimo scheletro, come si è visto, femminile, stando alle osservazioni preliminari del prof. F. Mallegni, possiede caratteri che lo fanno rientrare "con tutta sicurezza" nel tipo umano cromagnoniano. Per citarne alcuni, oltre alla statura elevata, il contorno ovatopentagonoide del cranio, il forte appiattimento (in norma laterale) della regione obelica, "tanto da mettere in evidenza un occipite posteriormente protruso", la orma larga e bassa della faccia, con le orbite basse e quadrangolari; il naso estremamente stretto e a ponte alto; la grandezza dei denti, ecc. Il Mallegni, sottolineando poi la particolare robustezza dello scheletro della donna, lo sviluppo davvero considerevole del corpo della mandibola, sebbene a mento appuntito come abitualmente nei soggetti femminili, i marcati rilievi sopraccigliari, della linea nucale superiore, delle mastoidi, ecc. (tratti morfologici, tutti questi, che si riscontrano di norma nel sesso maschile), esprime l'opinione che in queste antiche popolazioni umane esistesse un "probabile dimorfismo sessuale attenuato". In altre parole, durante il Paleolitico superiore la differenza di aspetto tra uomo e donna doveva risultare meno accentuata che attualmente. In quanto ai resti singoli e frammentari, provenienti dai vari orizzonti gravettiani (dal 21 al 18), la Borgognini Tarli, che ne ha effettuata l'analisi, data la loro scarsa consistenza, non ha potuto trarre che conclusioni assai parziali. Fra queste possiamo citare la segnalazione di alcuni caratteri come indicativi di una forma "attenuata" del Cro-Magnon. Da parte sua il Corrain, che ha esaminato lo scheletro incompleto e gli altri resti singoli di età epigravettiana, non ha mancato di osservare, specialmente negli arti inferiori, un certo grado di arcaicità, pur nell'ambito del tipo umano cromagnoniano. Come si vede, sotto l'aspetto antropologico, se anche sono stati ottenuti risultati già di una certa importanza, molto resta ancora da fare, prima di poter pervenire a una precisa definizione del tipo umano vissuto a Paglicci durante il Gravettiano ed alla conoscenza della sua possibile evoluzione nel corso dei tempi epigravettiani (...)" (Tratto dal volume: "Paglicci - Rignano Garganico - Regione Puglia, Centro Regionale Servizi Educativi e Culturali - San Marco in Lamis, varie edizioni). IL CULTO DEI MORTI "(...) L'altro aspetto importante della Cultura spirituale dell'Uomo del Paleolitico superiore è la "religione del morti": termine improprio - del resto ogni termine moderno applicato ad una Umanità tanto antica non può che essere improprio - che sta a designare tutto un mondo di sentimenti e di credenze attorno ai defunti, e che si traduce in una serie di gesti rituali e simbolici, non tutti ben decifrabili.Questa attenzione religiosa verso i morti, come si è detto, non nasce nel Paleolitico superiore, essa è, infatti, documentata, sebbene in forme più semplici, fin dal Paleolitico antico, si sviluppa chiaramente nel corso del Paleolitico medio (cioè alcune decine di migliaia di anni fa), per poi assumere nel Paleolitico più recente aspetti ancora più evidenti e complessi. Già nel Musteriano le testimonianze della "religione dei morti" assumono due forme, che ritroviamo poi puntualmente rappresentate nel Paleolitico superiore: quello della sepoltura, con lo scheletro intero deposto di solito in una fossa, e quello della conservazione di resti singoli (pertinenti alle ossa del cranio o anche degli arti) quale probabile "reliquia" dei trapassati. Ma nel Paleolitico superiore diversi elementi nuovi vengono ad integrare il rituale funebre: l'acconciatura del morto, con conchigliette o denti forati o altri oggetti così detti di ornamento (di probabile valore, invece, magico-religioso): il corredo funerario, consistente in manufatti litici, d'osso o di corno; l'ocra, polverizzata e disposta a letto o a copertura della salma, quale sostanza vivificatrice, e forse nel contempo quale schermo magico capace di isolare il morto: strutture particolari, talvolta ottenute con lastre di pietra sul cranio o su altre patti del corpo. A grotta Paglicci, adagiato sulla superficie dello strato gravettiano 22, fu rinvenuto nel 1971 lo scheletro di un soggetto giovanile (attorno a 13 anni) e di sesso maschile. Esso giaceva in posizione supina distesa, il fianco sinistro appoggiato a un masso emergente dal terreno, il capo girato verso destra, l'avambraccio destro flesso totalmente sul braccio, con la mano rivolta verso il viso. Del braccio sinistro non fu rinvenuta alcuna traccia, mentre l'avambraccio dello stesso lato si trovava posto di traverso al tronco all'altezza delle vertebre lombari, anziché di quelle toraciche, con la mano a contatto col gomito destro. Questa posizione, non fisiologicamente possibile, suggerisce l'ipotesi che l'omero sinistro fosse stato prelevato - non si sa bene, se al momento dell'inumazione o in un secondo tempo - e l'avambraccio composto a formare geometricamente un angolo retto con l'arto superiore destro. Forse non casualmente una pietra si trovava sotto al cranio, ed un'altra sotto i piedi, leggermente convergenti. Certamente intenzionale era una lastra calcarea, abbastanza pesante, collocata sulle tibie. L'acconciatura del giovinetto consisteva in una trentina di denti canini di Cervo forati, posti attorno al cranio. Dal momento che il cranio stesso era del tutto schiacciato, non si è tuttavia in grado di stabilire se i denti forati formassero dei filari, come in altri casi si è riscontrato. Due altri denti forati dello stesso genere furono trovati rispettivamente presso il polso sinistro e presso la caviglia destra: si può pensare che costituissero elementi di un braccialetto e di una cavigliera. Una conchiglia di Cypraea (probabile elemento di collana) era collocata sull'emitorace sinistro. Il corredo era costituito da non pochi strumenti, quasi tutti di ottima fattura: in particolare, un grattatoio tra le falangi della mano destra. due bellissimi grattatoi slanciati, rispettivamente sul femore destro e fra i due femori: un punteruolo in osso frammentario, pure sul femore destro; una punta, anch'essa di forma slanciata, sulla lastra di pietra che copriva le tibie: un blocchetto di ematite, fra le due estremità distali dalle tibie stesse: un bulino fra i piedi. L'ocra appariva abbondante attorno al cranio, ma essa doveva ricoprire, con uno straterello pur sottile, l'intero corpo o gran parte di esso, al pari del suo corredo funerario. Tutte le ossa, infatti, ne sono rimaste più o meno sensibilmente arrossate, mentre taluni oggetti litici ne portavano tracce evidenti. Il corpo del giovinetto non fu deposto in una fossa, ma, come si è detto, semplicemente coricato sulla superficie dello strato 22. I vari livelletti, taluni dei quali carboniosi, costituenti la base dello strato 21 (21D) lo sormontavano direttamente. La datazione C14 ottenuta per il 21D è di 24.720±420 da oggi: la deposizione del giovinetto gravettiano risale dunque ad un'età forse di non molto anteriore a questa data. Una seconda sepoltura gravettiana quest'ultima chiaramente contenuta in una fossa era stata appena sfiorata, come si è accennato nella storia delle ricerche del '71, nel corso della stessa campagna di scavi che mise in luce la sepoltura del giovinetto. Essa fu messa allo scoperto, entro lo strato 21, solo nel corso degli scavi 1988-89. Si trattava di un soggetto femminile, attorno a 18-20 anni di età, custodito in una fossa, intenzionalmente scavata al di sotto del livello 21A, della profondità di 30-40cm e di forma ellittico-allungata. In base alle datazioni già ottenute per i singoli livelli dello strato 21, la fossa stessa doveva essere stata scavata nel periodo compreso tra il 23.470±370 ed il 23.040±380 da oggi. Il corpo della giovane donna giaceva secondo un asse grosso modo Sud-Nord, con la testa e la spalla destra inserite in uno sgrottamento artificiale operato verso il fondo della fossa, all'estremità Sud di essa. I piedi, incompleti (mancanti astragali, calcagni ed ossa tarsali) si trovavano su un gradino roccioso della parete Nord della grotta, ad un'altezza di oltre 40 cm al di sopra del resto dello scheletro. Delle gambe (tibie e peroni) furono rinvenute solo alcune porzioni, non in connessione anatomica, in una fenditura del deposito colmata da terreno sconvolto, che era visibile tra i ginocchi e la parete Nord. Questa situazione, del tutto anomala, è stata spiegata dai geologi con l'ipotesi di un franamento del deposito gravettiano contenente la sepoltura. Interessante il riempimento della fossa di quest'ultima, che appariva articolato stratigraficamente: a un livelletto argilloso giallastro che ne costituiva il tetto, seguivano in basso due distinti piani cosparsi di ossami di animali e di manufatti litici, che ci sono parsi opera intenzionale dell'Uomo e che potrebbero venire ricollegati ad una particolare - del tutto singolare - pratica funeraria. Un carattere rituale dovrebbero pure possedere i numerosi blocchetti calcarei, intrisi di ocra sulla loro faccia superiore, trovati nel livello 21°, che ricopre la tomba. La posizione dell'inumata era supina, la testa rivolta in avanti e un poco inclinata verso sinistra, le braccia quasi parallele al torace e gli avambracci leggermente flessi e convergenti verso l'asse mediano del corpo, con le mani accostate l'una all'altra sulla regione pubica. Distesi gli arti inferiori, almeno per quanto riguarda i femori, rimasti in posto, ma certamente, anche al livello delle gambe, sebbene quest'ultime trovate sconvolte. Uno straterello di ocra (cui si aggiungeva a luoghi una sostanza biancastra calcarea) era visibile sia a copertura che al letto del corpo, ma appariva particolarmente concentrato sul cranio, sul bacino e sui piedi. Il corredo funerario della donna è risultato meno ricco in confronto a quello del giovinetto scavato nel '71. Esso comprendeva: un grattatoio frammentario, posto sulla quarta vertebra lombare, due bulini (di cui uno situato quasi verticalmente presso il femore sinistro e l'altro all'estremità del piede destro), una corta lama, collocata a fianco del primo bulino, una scheggia a profonda alterazione bianca (raccolta certamente all'esterno della grotta), tra la sesta e la settima costola sinistra, una grossa conchiglia frammentaria di Pecten, in vicinanza del piede sinistro. Una certa sobrietà, sempre rispetto al giovinetto, mostrava anche l'acconciatura, che consisteva in un semplice "diadema", posto alla sommità della testa e costituito da sette denti canini di Cervo forati. Un altro dente forato dello stesso genere, rinvenuto presso il ginocchio destro, ma un poco più in alto rispetto a questo, potrebbe egualmente essere appartenuto all'acconciatura. Della sepoltura della donna gravettiana il prof. G. Giacobini dell'Università di Torino eseguì, nel corso della campagna 1988, un calco in gomma al silicone. Durante gli anni '60, gli scavi Zorzi incontrarono, alla base dello strato 5 dell'Epigravettiano finale, datato l3.590±200 da oggi, uno scheletro incompleto, comprendente i soli arti inferiori e una parte, assai mal conservata, del bacino. Nella relazione dello Zorzi, non si parla di fosse, né si fa menzione di oggetti associati ai resti umani e attribuibili a corredo. A proposito di questa sepoltura parziale, si può avanzare l'ipotesi che essa rappresenti la rimanenza di una inumazione originariamente completa, successivamente sottoposta a riesumazione al livello della parte superiore del corpo. Con i dati finora in nostro possesso, tuttavia, non possiamo che prendere atto dell'esistenza a Paglicci anche di questa forma particolare d'inumazione. Per quanto riguarda il secondo aspetto della "religione dei morti", quello della conservazione di parti singole dello scheletro, esso parrebbe largamente documentato a Paglicci, anche se non sempre vi si accompagnino segni comprovanti chiaramente l'intenzione sacrale. Negli strati gravettiani soprastanti alla sepoltura del giovinetto e, non certo a caso, nella stessa area di quest'ultima, furono in effetti rinvenuti nel 1971 diversi denti, alcuni frammenti di mandibole e di cranio, nonché un omero incompleto. Questi resti tuttavia non mostrano alcuna forma particolare di deposizione, ma giacevano nel terreno frammisti ad ossami di animali ed altri avanzi della vita quotidiana. Elementi sempre singoli, frammentari, dello scheletro umano furono raccolti anche dallo Zorzi, negli strati epigravettiani: porzioni di vertebre, di ossa lunghe e di cranio. Nel corso degli scavi più recenti (1989-91), numerosi altri elementi singoli e frammentari della scheletro umano vennero in luce, sempre presso la parete Nord della prima sala, negli strati gravettiani 21 e 23. Si tratta non soltanto di frammenti tubolari di diafisi d'ossa lunghe (in prevalenza di omero, ulna e radio), ottenuti, si direbbe, intenzionalmente e di lunghezza ricorrente tra 10 e 15 cm. Ci si chiede - ma si tratta, evidentemente anche qui di una semplice ipotesi - se questa sorta di "reliquie", consistenti in parti scheletriche presumibilmente prelevate dalle sepolture, con l'andar del tempo non perdessero il loro valore emotivo e sacrale e non fossero pertanto, alla fine, gettate via alla stessa stregua di oggetti inservibili. A meno che non si trattasse di un abbandono "rituale", pratica in uso presso certi popoli così detti primitivi attuali. Esiste, tuttavia, a Paglicci un documento, assai importante sotto questo riguardo, che fu messo in luce dallo Zorzi alla base dello strato 5 dell'Epigravettiano finale, non lungi dalla sepoltura parziale prima ricordata. Esso consiste in due omeri, appartenenti a due soggetti diversi (l'uno maschile, l'altro femminile), posati su una lastra di pietra di forma piuttosto irregolare. Qui, il tipo di supporto (quasi un altarino) e la posizione accostata delle ossa umana ci suggeriscono chiaramente l'intenzionalità religiosa delle deposizione (...)" (Tratto dal volume: "Paglicci - Rignano Garganico - Regione Puglia, Centro Regionale Servizi Educativi e Culturali - San Marco in Lamis, varie edizioni). L'ARTE DELL'UOMO DI PAGLICCI I manufatti in selce o in osso, le semplici strutture come i focolari, i resti ossei degli animali abbattuti, tutti questi elementi concorrono a ricostruire la Cultura materiale dell'Uomo. Ma, come si è accennato già in un precedente capitolo, durante il Paleolitico superiore in particolare, oltre a svolgere le sue attività quotidiane, legate alla sua sopravvivenza, l'Uomo andava sviluppando una sua Cultura spirituale, che è documentata, da una pane, dalla produzione artistica, dall'altra, dalla attenzione religiosa verso i morti. Quest'ultimo aspetto della spiritualità umana ha radici che risalgono a tempi assai antichi; l'Arte, invece, risulta essere un'acquisizione più recente, e tipica di Homo sapiens sapiens.Omettiamo qui, per motivi i di spazio, di parlare del significato che i Paletnologi attribuiscono, sia pure in via ipotetica, all'Arte paleolitica: significato, pur nella diversità delle vedute, sempre ricondotto alla sfera magico-religiosa. Per l'approfondimento di questo argomento rimandiamo ai molti testi specifici pubblicati in passato e recentemente. Ci basti ricordare che, per comodità di studio, le manifestazioni d'arte (comprendenti la scultura a tutto tondo e in basso o alto rilievo, la pittura e il disegno inciso) sono state suddivise in parietali (cioè praticate sulle pareti di grotte e ripari) e in "mobiliari" (vale a dire pertinenti a oggetti mobili, come lastrine di pietra, ciottoli, frammenti di osso, ecc.). I soggetti di tale arte sono, sia - e molto frequentemente - zoomorfi, sia antropomorfi, sia anche di tipo schematico o geometrico, più o meno indecifrabile. Ora, mentre in Francia e nella regione cantabrica della Spagna esistono decine e decine di grotte ricche (e talune ricchissime) di manifestazioni d'arte parietale, in Italia queste si contano praticamente sulle dita di una mano; e Paglicci costituisce per altro l'unico esempio finora esistente da noi di grotta con figure dipinte sulle sue pareti. Arte parietale Scoperte, come è stato detto, nel 1961 da F. Zorzi e F. Mezzena in una saletta interna e molto appartata, queste pitture di Paglicci comprendono due cavalli, di cui uno rappresentato verticalmente, il profilo di un cavallo più grande, del quale resta solo Ia linea del collo e della groppa, ed una serie di mani.I due cavalli completi, sono raffigurati con uno stile arcaico. che richiama quello del ciclo più antico dell'Arte franco-cantabrica. Gli animali appaiono statici, le teste piccole e un po' reclinate, i dorsi sensibilmente incavati e i ventri voluminosi e rigonfi: tanto da far pensare a delle giumente gravide. Nel cavallo in posizione normale sono indicati alcuni particolari anatomici, come l'occhio e la narice. In entrambi, il colore - un bel rosso intenso - non riempie totalmente lo spazio entro le linee di contorno, ma risparmia il ventre, probabilmente a indicarne Ia differenza del pelame. Vi è poi un gruppo di mani (almeno cinque sicuramente riconoscibili), delle quali alcune sono "positive", vale a dire ottenute per diretta impressione delle mani stesse, spalmate di colore, altre sono "negative", cioè realizzate spruzzando colore attorno ad esse. Da osservare in particolare un paio di mani accostate, in apparenza almeno di tipo positivo, che contrastano rispetto a una zona bianca circostante. In questo caso, non si è potuto chiaramente stabilire se la colorazione bianca sia artificiale o appartenga a un velo calcareo della parete stessa che sia stato ritagliato, e cosi pure se il rossiccio dell'impronta delle mani non sia piuttosto il colore della patina della roccia sottostante. Interessanti anche altre due mani, poste una al di sopra dell'altra, e con prolungamento fino al polso. Una mano singola, infine, per Ia sua posizione topografica, sembra essere in qualche rapporto con uno dei cavalli. Per le pitture di Paglicci, a parte i canoni stilistici, come si è visto, di tipo arcaico, adottati per Ia esecuzione delle figure zoomorfe, non si hanno sicuri elementi di datazione. Esse dovrebbero risalire, come è stato prospettato, al periodo gravettiano, o quanto meno a quello dell'Epigravettiano antico. Ma occorrono dati più consistenti per poterlo affermare. Forse uno scavo nel deposito esistente nella saletta potrebbe fornirci informazioni sulla loro età. Non molti anni fa, nel corso della campagna del 1984, alla base dello strato 14A dell'Epigravettiano antico, datato poco al di sotto (14B) al 15.600±200 da oggi, nel Laboratorio di Utrecht, ed al 15.390±200 da oggi, in quello di Groninga, fu rinvenuto un frammento di lastra calcarea, recante la parte posteriore di un cavallo dipinto di ocra rossa e rappresentato in corsa. Lo sciolto movimento della zampa destra, la lumeggiatura ottenuta col colore ed altri dettagli stilistici sembrano rimandarci alle pitture della celebre grotta francese di Lascaux. Questo frammento di lastra, durante l'Epigravettiano antico avanzato, presumibilmente si distaccò dalla volta dell'atrio, dove doveva essere presente Ia figura intera dell'equide. Pertanto le datazioni ottenute per lo strato 14 (attendibili o meno che siano) hanno valore di termine "ante quem" per Ia esecuzione della pittura. Quest'ultima, per il suo stile più evoluto, dovrebbe comunque essere un poco più tarda rispetto a quelle della saletta di cui si è prima parlato. Sempre nell'ambito dell'Arte parietale di Grotta Paglicci rientrano alcuni graffiti, ubicati molto in alto rispetto all'attuale - e molto artificiale - suolo di calpestio, sulla parete sinistra della grotta, anteriormente alla sua imboccatura. Si tratta di graffiti piuttosto profondi, di tipo lineare, consistenti in semplici tacche prodotte lungo uno spigolo della roccia ed in linee diritte o ricurve, talvolta appaiate a formare, si direbbe, figure estremamente stilizzate. Questi segni, di valore certo più simbolico che artistico, e di significato enigmatico, furono in un primo tempo attribuiti al periodo più recente dell'insediamento paleolitico superiore di Paglicci. Ma pochi anni or sono, una scoperta, avvenuta sempre in prossimità dell'imboccatura della grotta, ci ha fornito dati chiarificatori riguardo all'età di essi. Un grande masso di crollo, sottostante alla cancellata e per metà sporgente al di fuori della linea di questa, rimasto a lungo tempo mascherato da terreno di risulta e da rovi, in seguito a forti dilavamenti risultò possedere la faccia rivolta in fuori tutta coperta di segni incisi. Sono linee curve appaiate, motto analoghe a quelle della parete sinistra, e poste, si direbbe, in serie. Il blocco, che certamente fu inciso prima del suo crollo, come prova l'andamento delle figure, deve essersi distaccato dall'architrave dell'imboccatura, da un'altezza cioè corrispondente a quella delle figure e linee incise sulla parete sinistra, prima descritte. Esso appare conficcato net deposito dell'Epigravettiano evoluto (strati 9-8): l'esecuzione dei segni in causa è dunque, insospettatamente, anteriore al 15.500-15.000 da oggi, età cui risalgono i citati strati dell'Epigravettiano evoluto. Durante tale periodo, come vedremo tra breve parlando degli oggetti d'arte mobiliare, era in piena fioritura un'arte naturalistica e veristica a soggetto zoomorfo. Dobbiamo dedurre che nell'Epigravettiano coesistessero stili molto diversi Ira loro e probabilmente di significato magico-religioso differente. Arte mobiliare Se per le manifestazioni d'arte parietale di Paglicci - come del resto per la maggior parte delle opere europee di questo genere - la cronologia risulta sempre un poco approssimativa, per quelle d'Arte mobiliare disponiamo di tutta una serie di dati cronostratigrafici, che ci permettono grosso modo (compatibilmente cioè al numero dei documenti finora reperiti) di seguire l'evolversi dei moduli stilistici nel corso di un periodo assai lungo, compreso fra il Gravettiano evoluto e l'Epigravettiano finale. Premettiamo che le primissime manifestazioni grafiche (non si può parlare qui propriamente di arte) a carattere mobiliare della Grotta Paglicci sono rappresentate da due blocchi calcarei, la cui faccia superiore, pianeggiante, e attraversata da numerose linee graffite, parallele e subparallele. Rinvenuti nella campagna del 1990 alla base del deposito gravettiano (livello 23C), risalente al 28.000 circa da oggi, essi sono ancora in istudio da parte di F. Mezzena. II più antico oggetto d'arte mobiliare di Paglicci è rappresentato da un frammento di tibia di grande mammifero, recante una serie di incisioni. Esso fu rinvenuto, in più frammenti combacianti, nel Novembre del '71, nel livello 20C del Gravettiano evoluto a dorsi troncati, che possiede due datazioni C14 perfettamente concordanti: 22.200±360e 22.110±330 dal presente. Al centro del frammento osseo è rappresentato, con tratto motto sottile, uno stambecco visto di profilo. La figura è aderente alla realtà: dell'animale sono rispettate le proporzioni e messi in evidenza non pochi dettagli, come l'occhio col suo canale lacrimale, le coma dall'ampia incurvatura, l'irta criniera, il ciuffo di peli all'estremità della coda. Una linea ricurva separa il pelame del dorso da quello del ventre. Lo stile con cui lo stambecco è riprodotto è, d'altra parte, decisamente arcaico: si osservi ad esempio la rigidità della figura, l'assenza d'ogni tentativo prospettico, con la rappresentazione d'una sola zampa per paio e con gli attacchi delle coma sul capo l'uno dietro l'altro. Al di sopra dello stambecco (in base a quanto risulta dall'esame microscopico), come su tutto il restante spazio disponibile, è segnata una specie di selva di trattini verticali o un po' obliqui. Ad essi si sovrappone poi con andamento assiale, un motivo a lisca di pesce (o a "chevrons"), ottenuto con tratto un po' più marcato. Si tratta di almeno 14 linee a V con gli apici rivolti verso Ia sinistra di chi guarda. Per ultimi sono stati tracciali alcuni gruppi di tacchette tra loro parallele lungo gli orli del supporto osseo. L'associazione su questo pezzo di figura zoomorfa naturalistica con motivi di tipo geometrico è interessante, in quanto documenta fin da epoca così antica la compresenza di due espressioni tanto diverse. Un'associazione analoga. anche se meno evidente, per Ia incompletezza della raffigurazione, è riconoscibile sul cortice di una scheggia di selce rinvenuta nello strato 13 (Epigravettiano antico di fase avanzata, datato nel Laboratorio di Groninga tra il 16.030±190 e il 15.480±150 da oggi) nel corso degli scavi Zorzi degli anni '60. Evidentemente Ia figura intera era stata incisa sul cortice dell'arnione siliceo da cui fu poi distaccata Ia scheggia. Questa ne riporta solo una porzione, quasi indecifrabile. Potrebbe trattarsi della parte bassa di un animale con le zampe anteriori o posteriori sommariamente indicate e il ventre rigonfio. Tuttavia, quest'ultimo consta di due curve, di diseguale convessità: ciò che desta non poche perplessità riguardo a tale interpretazione. Importante ci sembra comunque una serie di trattini obliqui o disposti a lisca di pesce, che in parte occupano il presunto ventre, in parte ne fuoriescono. Una bella serie di oggetti d'arte mobiliare, ispirati al più puro stile naturalistico proviene dagli strati 8-9 dell'Epigravettiano evoluto (Ia cui datazione al 15.500-15.000 circa da oggi è già stata citata). Essi furono rinvenuti in parte negli scavi degli anni '60, in parte in quelli degli anni '70. Da ricordare innanzitutto un frammento di bacino di cavallo (dallo strato 8), inciso su entrambe le facce con figure zoomorfe. Su una delle facce è graffita una vivace scena di caccia: un cavallo è rappresentato in corsa, affiancato prospetticamente da due cervi, di cui sono visibili le teste ed una delle zampe anteriori. Gli animali sfuggono ad una vera nube di dardi impennati. Lo stile è ormai pienamente maturo: si osservi la scioltezza della figura del cavallo e l'effetto chiaroscurale ottenuto mediante tratteggio, che ne mette in risalto il pelame e le masse muscolari. Tutto ci riporta all'Arte del Maddaleniano medio. Né le datazioni assolute di cui disponiamo sarebbero in contrasto con tale correlazione. Sulla faccia opposta è rappresentata la testa di un bue dalle grandi corna protese in avanti, cui si sovrappongono in parte la testa di un altro bovide più piccolo e il profilo di un cerbiatto. Qui lo stile appare un po' diverso: il tratto, ancora sicuro e sciolto, vi risulta tuttavia più lineare ed essenzializzato. Questo modo, maggiormente improntato alla semplicità, e comportante la rappresentazione di pochi dettagli all'interno della linea del contorno, secondo Paolo Graziosi è tipico dell'Arte mediterranea. La stessa semplicità ed essenzialità, che gioca tutto sulla linea del contorno lasciando quasi completamente vuoti gli spazi interni ad esso, ritroviamo su un frammento di calcare (sempre proveniente dallo strato 8 - scavi '70) dove sono graffite le teste di un bovide e di un cervide, con accenni quanto mai sommari del treno anteriore, nel primo, del collo e del dorso, nel secondo. Il bovide è, si direbbe, trattato con maggiore rigidità: per altro esso ha uno dei corni indicato da una sola linea. Più mosso ed elegante il disegno della testa del cervide, con le complesse palmature e ramificazioni delle sue corna, come pure l'accenno al collo ed al dorso, tracciati quasi alla brava con due leggere curve. Una scena di sapore spiccatamente naturalistico è graffita su un frammento d'osso rinvenuto nello stesso strato 8 negli anni '60: al centro un nido ricolmo di uova; un uccello, forse di specie acquatica, posto di traverso le sta covando, mentre da sinistra un serpente, reso con pochi e rapidi tratti sinuosi, si accinge a gettarsi sulla preda. Un altro uccello, che risulterebbe però di specie diversa (ricorda le beccacce), sta all'estremità destra e guarda in direzione opposta. Questo tema esilia dal consueto repertorio zoomorfo legato alla caccia (e forse alla magia venatoria) e sembra invece possedere un carattere narrativo, che rivela Io spirito d'osservazione e l'interesse dell'Uomo paleolitico per la Natura che lo circondava. La presenza di uccelli (diversamente da molte altre grotte paleolitiche italiane ed europee in generale), d'altra parte, nell'Arte di Paglicci non è eccezionale. Dallo strato 9 (scavi anni '70) proviene, infatti, un graffito su pietra raffigurante un altro uccello, quest'ultimo forse attribuibile ad un Alcide: Alca turdus (gazza di mare) o Alca impennis (Pinguino boreale). Si osservino il suo becco forte e ricurvo, il profilo longilineo del corpo, col petto rigonfio ed il dorso marcatamente incavato. Inferiormente sono indicate in modo sommario le zampe. E' noto che il Pinguino boreale (se di questa specie si tratta), attualmente estinto, in quanto distrutto dall'Uomo nell'800, alla fine dell'ultimo periodo glaciale (Würm) viveva nel Mediterraneo. Lo prova il rinvenimento delle sue ossa in varie località come Gibilterra, Reggio Calabria e la celebre Grotta Romanelli in Terra d'Otranto. In quest'ultimo giacimento, i resti del Pinguino erano contenuti nello strato C, attribuito alla fine del Dryas recente, con datazioni oscillanti tra 11.900 e 10.000 anni circa da oggi. Non sorprenderebbe dunque che l'Uomo di Paglicci, tra il 15.500 e il 15.000 da oggi, avesse incontrato questo particolare tipo di uccello e l'avesse ritratto. Ancora una testa di uccello dal lungo becco e provvisto di un ciuffetto sul capo (esso è stato attribuito ad un trampoliere) troviamo graffito su un frammento osseo proveniente (scavi anni '60) da uno degli strati più alti (strato 3, Epigravettiano finale a geometrici, datato all'11.440±180 da oggi). Si riferiscono all'Epigravettiano finale, oltre a quest'ultimo documento d'arte figurativa naturalistica, alcuni oggetti graffiti con motivi geometrici e schematici. Data la casistica ancora troppo povera, non siamo in grado di sostenere con certezza che questo genere di motivi si siano sviluppati a Paglicci proprio negli orizzonti più tardi. Sta di fatto che nello strato 6 (datato al 14.270±230 da oggi) fu rinvenuto uno strumento litico dalla superficie dorsale in gran parte corticata, la quale recava, graffito con tratto molto sottile, un motivo geometrico "a pettine" o "a scaletta". E' poi da ricordare un ciottolo rotondeggiante e dalle superfici lisce, inciso profondamente a bande più o meno parallele, riempite di "chevrons", lineette incrociate, greche, ecc. Lo stile può essere definito "romanelliano" (da Grotta Romanelli, che ha fornito un repertorio di graffiti geometrici molto ricco). F. Mezzena vi vide una possibile, estrema, stilizzazione della figura umana. Il ciottolo giaceva alla base di una profonda fossa scavata nel deposito dell'Epigravettiano evoluto e antico, e riempita tuttavia di terreno con industria litica riportabile all'Epigravettiano finale a geometrici degli strati 3-2. Esso potrebbe quindi risalire attorno all'11.440 da oggi. Ovviamente, data la particolare giacitura dell'oggetto, qualche riserva su tale attribuzione va mantenuta (Tratto dal volume: "Paglicci - Rignano Garganico - Regione Puglia, Centro Regionale Servizi Educativi e Culturali - San Marco in Lamis, varie edizioni). Per saperne di più su Grotta Paglicci: http://libropaglicci.interfree.it (un intero volume dedicato al sito paleolitico) o http://www.paglicci.net (la mostra-museo ubicata a Rignano Garganico). Fonte Garganopress.net - Foto: Enzo Pazienza, Angelo Del Vecchio - Testi: Arturo Palma di Cesnola, Angelo Del Vecchio, Antonio Del Vecchio Add a comment
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| Ultimo aggiornamento Mercoledì 09 Dicembre 2009 19:55 |
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"(...) I resti fossili umani rinvenuti nella Grotta di Paglicci e comprendenti, ricordiamo, gli scheletri del giovinetto e della donna di età gravettiana: quello incompleto dell'orizzonte epigravettiano finale, i denti, i frammenti di cranio e di mandibola e le ossa lunghe degli strati sia gravettiani che epigravettiani, sono stati oggetto di analisi antropologica da parte dei prof. C. Corrain dell'Università di Padova, dei proff. F. Mallegni e R. Parenti dell'Università di Pisa, nonché dei proff. S. Borgognini Tarli e Fornaciari (per la parte paleopatologica) della stessa Università.
"(...) L'altro aspetto importante della Cultura spirituale dell'Uomo del Paleolitico superiore è la "religione del morti": termine improprio - del resto ogni termine moderno applicato ad una Umanità tanto antica non può che essere improprio - che sta a designare tutto un mondo di sentimenti e di credenze attorno ai defunti, e che si traduce in una serie di gesti rituali e simbolici, non tutti ben decifrabili.
I manufatti in selce o in osso, le semplici strutture come i focolari, i resti ossei degli animali abbattuti, tutti questi elementi concorrono a ricostruire la Cultura materiale dell'Uomo. Ma, come si è accennato già in un precedente capitolo, durante il Paleolitico superiore in particolare, oltre a svolgere le sue attività quotidiane, legate alla sua sopravvivenza, l'Uomo andava sviluppando una sua Cultura spirituale, che è documentata, da una pane, dalla produzione artistica, dall'altra, dalla attenzione religiosa verso i morti. Quest'ultimo aspetto della spiritualità umana ha radici che risalgono a tempi assai antichi; l'Arte, invece, risulta essere un'acquisizione più recente, e tipica di Homo sapiens sapiens.
Scoperte, come è stato detto, nel 1961 da F. Zorzi e F. Mezzena in una saletta interna e molto appartata, queste pitture di Paglicci comprendono due cavalli, di cui uno rappresentato verticalmente, il profilo di un cavallo più grande, del quale resta solo Ia linea del collo e della groppa, ed una serie di mani.




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