LA CHIESA DEL CARMINE DI RIGNANO GARGANICO TRA STORIA, FEDE E TRADIZIONE
Scritto da Administrator Mercoledì 14 Luglio 2010 17:38

di Antonio Del Vecchio
RIGNANO GARGANICO. Anche quest’anno i muratori di Rignano si apprestano a festeggiare in pompa magna il 16 luglio la loro patrona: la Madonna del Carmine. Si comincerà con la Santa Messa di ringraziamento, seguita dalla processione con il simulacro in testa e poi si chiuderà la giornata con musica e fuochi d’artificio. Quella odierna non è una ricorrenza di routine, ma è un segno distintivo di fede e di tradizione che appartiene ad ogni rignanese, praticante e non. Non per niente l’esclamazione – invocazione più ripetuta, specie in occasione di gravi accadimenti, è “Madonna del Carmine, aiutami!”. Ed ora ecco a riguardo un po’ di storia vicina e lontana sulla genesi e il suo sviluppo cultuale.
Il primo profeta d'Israele, Elia (IX sec. a.C.), dimorando sul Monte Carmelo, ha la visione della venuta della Vergine, che si alza come una piccola nube dalla terra verso il monte, portando la pioggia e salvando Israele dalla siccità. In quella immagine si ritrovano tutti i cristiani di ieri e di oggi, fermamente convinti che la Vergine Maria, portando in sé il Verbo divino, dà la vita e la fecondità al mondo. Sullo stesso monte un gruppo di eremiti costruiscono una cappella dedicata alla Vergine. Durante le Crociate il culto, ad opera dei monaci carmelitani, si diffonde in Occidente. Nel 1726 Benedetto XIV estende la festa a tutta la Chiesa universale fissandola al 16 Luglio, lo stesso giorno in cui nel 1251 la Vergine, circondata da angeli e con il Bambino in braccio, appare al santo inglese Simone Stock, padre generale dell’Ordine, al quale dà in segno di speciale tutela uno scapolare, meglio noto come “abitino”, con promessa di assistenza materiale e spirituale a chi lo porti e pratichi astinenza, castità e preghiera. Contemporaneamente alla costruzione delle chiese in onore della Madonna del Carmine, a cavallo tra Seicento e Settecento si diffonde tra le genti del Meridione d’Italia l’usanza di indossare sotto le normali vesti l’abitino. Così anche a Rignano. E’ una pratica che resiste ancora oggi. La Chiesa del Carmine di Rignano è sita nei pressi di Porta Grande, all’angolo dell’ampia piazza a due piani costituita da Largo Palazzo e dal sottostante zona tra l’anzidetta Porta e l’inizio di Corso Giannone. L’esterno non ha la minima pretesa di austerità o di imponenza di un tempio. Te ne accorgi della sua funzione solo per il tozzo ed elementare campanile, composto da due pilastrini che reggono una campana in cima ad una facciata semplice e rustica da chiesetta di campagna. L’interno, prima dei restauri fatti eseguire dal compianto arciprete Don Pasquale Granatiero. Allora “presentava due vani – secondo l’arguta descrizione che fa di essa Padre Doroteo Forte, messi insieme per combinazione, tanto ognuno andava per conto suo”. La navata principale, meglio dire vano, aveva sul fondo l’altare con la statua della Madonna del Carmine. Attraverso un arco, si accedeva nel vano laterale rialzato che aveva l’altare di S. Antonio e tantissime tombe sotterranee. Dietro la facciata vi era un organo a mantice, croce – delizia non solo del sagrestano Francesco Di Fiore, meglio conosciuto col nome di “Lu ferrare”(fabbro), che strimpellava alla meglio le note di accompagnamento al canto gregoriano in latino ma anche dei ragazzi di un tempo che si divertivano ad azionare le corpose aste del mantice. Attualmente la struttura si presenta con una sola navata, il resto è stato “sacrificato” per la realizzazione di un’accogliente canonica e nella parte sottostante di un ampio salone per riunioni e per l’archivio – biblioteca. La statua in gesso della Madonna con il Bambino è stata sostituita da un pari simulacro in noce massiccio con gruppo realizzato nel 1981 dall’artista Nick Petruccelli di S. Marco in Lamis. Per la processione ci si avvale, invece, di un quadro (olio su tela), forse dipinto dal pittore Martelli, morto giovanissimo in quel di Napoli all’inizio del secolo scorso, di recente restaurato su iniziativa del Parroco Don Nazareno Galullo e venerato dal popolo dei devoti, in primis muratori ed artigiani. Delle due grandi e settecentesche tele, dipinte ad olio che costituivano l’antico arredo della cappella, è possibile ammirare quello della Natività, messo a nuovo pochi anni or sono dall’artista Lozupone di San Severo, che campeggia nella chiesa matrice. Dell’altro, raffigurante la Venuta dei Magi, il restauro è di là da venire. Alcuni affermano che la chiesa venne realizzata dal barone Corigliano, in cambio della cappella dell’Addolorata, manomessa ed incorporata nel suo palazzo. La stessa si trovava al piano che si affaccia davanti a Porta Grande. In una platea inedita del 1763 si racconta che la figlia di Francesco Paolo Corigliano, prima di andare sposa al duca di Castelpizzuto, aveva donato alla Madonna alcuni monili ed altri ornamenti. Si presume, dunque, che all’inizio del Settecento la cappella era già esistente. Fino ai primi anni del dopoguerra pensavano alla manutenzione i soci della confraternita (antica e numerosa) che avevano per divisa un camice bianco e mozzetta rossa. Similmente ai confratelli del Purgatorio, di domenica si riunivano per cantare l’ufficio e assistere alla messa. Nel 1861 possedeva un bilancio di ben 700 lire, somma altissima per quei tempi. Come accennato all’inizio, a festeggiare la Madonna ogni anno ci pensano i muratori, che raccolgono tra i devoti i soldi necessari per onorare la loro patrona. Parimenti si fa per S. Antonio per impegno dei tanti che si fregiano di questo diffusissimo e bel nome.
| < Prec. | Succ. > |
|---|





















