La poesia è dolce e gentile. La sua voce è fatta di sussurri armoniosi, come quella dell’acqua di una sorgente che zampilla o scorre dolce nel suo letto. La poesia è la natura che incanta con lo stormire delle foglie, i variopinti colori dei suoi boschi e i vagiti del suo ventre.

É fantasia e rapimento nel contempo, perché basta un verso per sollevarti in alto e farti volare a cento all’ora in ogni dove. La poesia è il sapore di bacio e carezza di donna. Ed è tutto il creato. In questa raccolta l’essenza poetica è presente in tutte le sue sfaccettature ed intimità al femminile. Non a caso il 70 per cento degli autori è costituito da donne valide ed ispirate. Altro che parità di genere. Qui si è alla supremazia dell’altro sesso che pare abbia occupato tutto ciò che le appartiene per natura: la poesia, appunto.

Sono testi dialettali su tema, ma non sembra, data la spontaneità e la freschezza dei versi, che ti segnano e ti incantano parola dopo parola. E questo accade nonostante la diversità dei dialetti e degli autori, ma anche degli argomenti. Ognuno si sofferma a raccontare in versi l’usanza che lo ha più colpito in paese.

Comincia il curatore Ferrara che si sofferma sulla tradizione degli altarini, detti ‘tuselli’, ad Apricena. Usanza, quest’ultima, tuttora in voga nei vari centri del Promontorio, dove normalmente vengono chiamati ‘altarini’ Lo si fa in questa o quella festa principale, come per esempio il Corpus Domini, per allargare la partecipazione a tutti i devoti, anche a quelli che per vari motivi non possono partecipare alle processioni. Qui, il momento-clou ricade il 14 agosto di ogni anno.

Lo si fa per ricordare un evento miracoloso accaduto tanti anni fa. Ne fu testimone oculare una del popolo, una certa Lucietta, che ne fu investita da capo a piedi dall’avvenimento. Un certo giorno aveva avvertito un rintocco di campanello e poi altri ancora. Sollevando lo sguardo verso il quadro della Madonna con bambino che campeggiava al capo del letto si accorse che esso era illuminato, nonostante fuori fosse ancora buio e dentro il lume era spento. Avvisò i vicini di casa e tutti accorsero e gridarono al miracolo.

Da quel giorno in segno di devozione in ogni quartiere dei paese si costruiscono altarini adorno di un lenzuolo bianco contenente l’immagine della Madonna, bene illuminato, ieri da candele e lumicini ad olio, ed oggi con luci elettriche. Il vicinato si intrattiene recitando il Rosario o altre preghiere attinenti, Tanto in onore della Madonna e a ricordo dell’evento miracoloso. Più in là si fa , invece, baccano al suono della fisarmonica, con i canti e i balli in costume d’epoca.

Al racconto di Ferrara si innesta anche l’altro poeta del luogo, Luigi Cocca, che ne arricchisce il contenuto con altri particolari, come la collaborazione attiva del vicinato ad adornare ogni cosa e recuperare tavoli ed altri abbellimenti. Per l’autore è una serata di vigilia di attesa e preghiera, il bello accade l’indomani del Ferragosto, allorché si fa festa mangiando le orecchiette condite con il tipico ragù del Galluccio e la carne stessa. Evento gastronomico, quest’ultimo, che si ripete pari pari in quasi tutta la Capitanata, a cominciare dal Capoluogo.

Antonietta Caputo di Carpino ci parla, invece, del ‘suo’ Pescatore, una figura tipica della zona di Lago Varano. Aveva stivaloni, per pescare anguille e capitoni, ma anche pesciolini, che spesso si annidavano nelle calzature. Li tirava fuori quando la sera rientrava a casa e si metteva a giocare con i figli bambini. Nella mente dell’autrice l’uomo (suo padre) riappare ancora in veste di pescatore, non più per far giocare alla conta dei pesciolini i suoi figli, ormai grandi, ma i nipotini. E il ricordo si trasforma in tenerezza – rimpianto.

Bellissimo il racconto dello ‘Scazzamauriello” delle Tremiti, riportato a nuova luce e conoscenza da Maria Teresa De Nittis, che pesca dalla sua esperienza infantile vissuta su quell’isola, isolata da ogni clamore e civiltà. Si viveva in casupole senza luce elettrica ed acqua corrente. Fuori c’era l’orto e l’albero di fico, dentro tutto era modesto, ma non mancava mai il cane, come il gatto. Il primo non serviva a niente, perché mancavano i ladri, l’altro si perché serviva ad acchiappare i topi, che a quell’epoca saltavano gioiosi anche sui letti,

Durante la notte giravano gli ‘Scazzamauriello”, monacelli e diavoletti” vari, che facevano paura ai bambini, letteralmente presi dai racconti dei grandi o dalle minacce buone dei genitori. Ora quelle improvvisate baracche e casupole non ci sono più. Hanno preso piede strutture di ristori, alberghi e case vacanze. Gli spiritelli non ci sono più e la vita scorre in un silenzio assordante durante l’inverno e scompigliata al massimo durante l’estate.

Anna Lombardi ci parla, invece, di Lesina e del suo Lago. Lo fa come una pittrice, non con il pennello a tirare giù il suo cielo e i suoi dintorni sempre uguali a se stessi, nonostante le tramutate generazioni, ma con parole dolci e soavi, pronte ad accogliere ogni particolare. Come per esempio , i corpi dei pescatori sempre sudati e impregnati dall’usura del lavoro quotidiano. Il riferimento è al loro respiro affannato e persino all’odore aspro dell’acqua, che si diffonde nell’aria, solleticando le narici degli uomini.

Sulla “Foresta Umbra” inneggia con garbo Onofrio Grifa di San Giovanni Rotondo. La vede sempre vegeta e fresca, nonostante i secoli trascorsi e la furia degli uomini, distruttori per antonomasia, che qui però si sono fermati in segno di rispetto, ancora prima degli ambientalisti dei tempi correnti. É la Foresta ad invitare gli uomini ad andare lì a riposarsi o a godere delle sue specialità del sottobosco e a rinnovare allegre e spensierate scampagnate tra compagni e fidanzati.

Segue la Festa di ogni Santo ed omonima canzone di Anna Piano, che della sua città natale, San Marco in Lamis, conosce ogni recondito segreto. Racconta passo passo la “ricerca” delle buone cose raccolta dai ragazzi nei diversi quartieri della cittadina e del raduno per la consumazione sotto questo o quell’albero del Viale. Si lasciano andare senza remore, consci che si è alla vigilia di un giorno triste. Giorno che commemoreranno l’indomani con altrettanto rispetto ed attaccamento. Infatti, i due novembre, si recheranno al Cimitero per omaggiare e ricordare i propri cari ed anche di questo saranno soddisfatti e contenti. Perché per loro la vita vera è appena cominciata.

Carmela Giagnorio mette in scena con il suo componimento il pastore e la pacchiana, una usanza della tradizione sannicandrese che ancora oggi attira visitatori da ogni dove, per via dei suoi abiti originali, messe in mostra durante il carnevale. Qui la coppia batte i ritmi con i piedi, specie lui che ha gli ‘zampitti’, mettendo in atto il ballo della tarantella, mentre la donna girando fa ondeggiare la sua gonna, segno importante della sua femminilità ed eleganza campagnola. Questa manifestazione è assai cara ad ogni sannicandrese.

Anche Maria Rosaria Vera parla del Carnevale in piazza, quello di Vico del Gargano, suo paese d’origine. É Carnevale e tutti si affannano a trovare i vestiti antichi dei nonni, tremule e tamburi, nacchere e maschere e si portano in piazza per ‘comparire’ e ballare assieme ai maschi pure vestiti con abiti antichi. Il martedì grasso la festa continua ed è Filippo Pisciott (Cilenti) che a bordo di un camion bardato a festa recita e dice barzellette di ogni tipo , rallegrando gli spettatori, come se fossero a teatro. Allora era bello e festoso il Carnevale.

Infine, Isabella Cappabianca di Vieste mette in evidenza il solito scemo del paese su cui scaricare ogni frustrazione repressa e cattiveria da parte della collettività meno matura, come quella dei ragazzi. In questo caso, trattandosi di un soggetto femminile, la stessa nella loro fantasia impersona la Majeiare, ossia la megera, la vecchia brutta e sgraziata, vestita solitamente di nero, che al solo vederla ti mette paura e ti fa scappare lontano.

Essa abita in un sottano oscuro, senza finestre, né luce elettrica, del centro storico, dove c’è di tutto, compreso disordine ed immondizia in quantità. La donna, malnutrita, sgangherata e senza denti, quando si presenta in istrada, tutti la scostano e la deridono sotto i baffi, a parte i ragazzi che le gridano addosso, chiamandola strega per via dei suoi capelli bianchi sempre arruffati che le coprono la fronte, lasciando intravedere a malapena i suoi occhi pungenti e tristi. La donna, in realtà, è povera sino all’osso e si nutre solo di pane duro, quello che qualche cristiano buono di cuore le fa recapitare, non visto.

Essa esce solo per far provvista d’acqua alla fontana. Parla da sola e ad alta voce. Cucina fuori sulla carbonella. Ha un figlio buono e calmo, che la sopporta, perché è la mamma. Ed è alIora che i ragazzi, appostati qui e là nei portoni, le fanno dispetti di tutti i colori, lanciandole addosso pietre. Agli epiteti ella non risponde ed ormai, adusa alle disgrazie e alle sofferenze, rientra mogia mogia nel suo buco. Ora che i ragazzi si sono fatti adulti capiscono la sua sofferenza, che è quella della vita, e fanno tesoro di questo esempio ed insegnamento.

 

N.B. Nella foto, i Poeti del Gargano in un recente incontro al Lago di Lesina

Di Antonio Del Vecchio

Giornalista, scrittore e storico. Ha al suo attivo una cinquantina di pubblicazioni su tradizione, archeologia e storia locale.

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