Bella e commovente la lettera quella che segue, scritta dallo zio Mario, per ricordare e nel contempo per commemorare la sua nipote Carmela, sposa e madre, deceduta qualche giorno fa nella sua San Marco, pianta e compianta da tutti, a cominciare dalle sue compagne di scuola e di gioventù.

Il riferimento è ad Antonella, che l’ha definita da subito un Angelo in terra, per via del suo carattere buono ed altruista. Con lei amava confidare pene e gioie.

Se n’è andata, dopo una lunga malattia che l’aveva tenuta sofferente in croce, come appunto il Cristo. “Ci ha lasciato – confida – con il sorriso sulle labbra, orgogliosa di averlo imitato e nel contempo soddisfatta di poterlo raggiungere in Paradiso”.

La lettera in parola è una sporta di variegati sentimenti che illuminano la donna offrendoci uno spaccato della sua intensa vitalità, mai appassitasi neppure durante la lenta morte del corpo.

Eccovi ora lo scritto, che si commenta da solo, perché genuino e ricco di pathos poetico come non mai, a cominciare dal titolo

Lettera aperta per dirti quello che non ho potuto dirti mai!

Carmela il tuo corpo martoriato è stata la tua croce, anche tu l’hai portata con sofferenza e dignità. Mai è venuta meno la tua compostezza nel rapporto con gli altri. Hai mantenuto sempre il garbo gentile, quando

ti ho chiesto, imprudente, come stai, mi hai risposto “mi basta guardare i miei figli e mio marito”.

Con i tuoi occhi grandi e lo sguardo sereno eri tu che davi conforto a chi voleva confortarti. Anch’io provavo pena nel vederti sofferente, ma bastavano poche tue parole dette con leggerezza per ridarmi pace. Il

tuo animo sensibile ti creava emozioni dinanzi alla bellezza di ogni cosa

che ti faceva riempire gli occhi di lacrime; è successo anche quando hai

visto lo stadio San Nicola di Bari.

Nella stupenda lettera che hai scritto per i cinquant’anni di matrimonio

dei tuoi genitori hai espresso sentimenti che ci hanno impressionati per la

loro profondità e unicità. Solo un animo generoso e buono poteva concepire quelle parole. Mi hai detto, quando mi sono complimentato con te, che hai scritto quel foglio “tutto d’un fiato”.

Un episodio ha segnato per sempre il mio affetto per te, ed è di questo che avrei voluto parlare con te.

Era la Pasqua del 1974, tu avevi otto anni e stavi a Rieti, il collegio doveva

chiudere per il periodo pasquale, ed io dovevo portarti in treno in Germania dai tuoi genitori.

Quando sono venuto a prenderti ci siamo guardati: tu sapevi che ero tuo zio e io che eri la figlia di mio fratello. Per tutto il lungo viaggio non ci siamo detti una parola, ogni tanto guardavo i tuoi occhi, grandi per il tuo piccolo viso, per capire se avessi bisogno di qualcosa e nient’altro.

La stessa situazione al ritorno, non una parola diversa; quando ti ho

lasciata al collegio ancora nessuna parola, ti ho guardata e i tuoi occhi

erano pieni di lacrime. Commosso, solo allora avevo capito quanto fossi

stato importante per te.

Quell’immagine di grande affetto per me l’ho sempre avuta impressa nella mente e mi ritornava ogni volta che ti vedevo. Immagine che non ho voluto perderla per conservarla così per sempre. Volevo tanto ritornarci

sopra per parlarne con te, ma non ne abbiamo avuto il tempo. Mentre

scrivo queste parole i miei occhi sono pieni di lacrime, ti sto restituendo

quelle che hai versato quel giorno per averti lasciata lì. Forse le stai

vedendo.

Addio mia cara Carmela!

Zio Mario

La direzione e redazione della presente testata esprime alla famiglia di Carmela la sua più stretta vicinanza. Addio, Carmela, riposa in pace e che il Signore ti abbia in gloria!

Di Antonio Del Vecchio

Giornalista, scrittore e storico. Ha al suo attivo una cinquantina di pubblicazioni su tradizione, archeologia e storia locale.

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