Come preannunciato, Ottavio, protagonista dellāomonimo romanzo sugli amori degli anni 60 e 70 a Rignano e dintorni, trascorse la sua vita di ragazzo sino allāadolescenza in Vico Orso n. 15 . Qui ĆØ nato ed ha vissuto fino a tutte le Elementari. Si tratta di un mono – vano posto al II piano a destra, a cui si accede attraverso una delle due scalinate che si dipartono da un pianerottolo di poco superiore alla strada.
A quei tempi lāattuale ed ormai deserto centro storico di origine e fattura medievale ospitava lāintera popolazione del paese costituita da oltre 3000 abitanti, comprese le poche case del Corso realizzate, a cominciare dal primo 900, fuori le mura, in direzione di San Rocco, cappella āextra moeniaā sin dai primi del 1500, gestita dai Domenicani (si veda storia della Diocesi di Manfredonia). Tranne i pochi palazzotti dei āSignoriā a più ambienti, il resto abitativo era formato da un solo vano, comprensivo di tutto.
Infatti, se ci si affacciava, come quello in parola, trovavi a sinistra il caminetto, affiancato da una finestrella, sullo stesso lato il tavolino buono, quello in noce, e poi il letto a doppia piazza, provvisto allāestremo dellāusuale vaso da notte affiancato dallāorinatoio di latta. Sul lato destro abbiamo, invece, per prima la cassapanca per il pane, sulla quale sedevano normalmente i compagni, maschi e femmine, del nostro protagonista, Ottavio, quando costoro venivano a trovarlo. Subito appresso cāera la ābuffettaā (tavolino rozzo in legno per il pranzo) e qualche sedia impagliata. Di fronte al letto si ergeva la cosiddettaāāalzataā ossia il mobile con specchiera.
Qualche metro più in lĆ era sistemato il lettino, dove inizialmente Ottavio dormiva assieme alla sorellina Maria, di cinque anni più piccola. Di esso conserva dei brutti ricordi. Per qualche tempo, durante la stagione invernale, allorchĆ© erano costretti a coprirsi di notte con la coperta imbottita di cotone, i topi a decine, provenienti dal sotto-porta esterno venivano sopra di essa per bisogno di caldo o a roderne qualche pezzo di cotone. I loro movimenti e squittii sottili li svegliavano e , nonostante lāoscuritĆ , entrambi provavano ribrezzo.
Qualche volta la madre, richiamata dai lamenti dei ragazzi, accendeva di botto la luce a forfait, ossia quella fissa che si pagava poco e restava accesa notte e giorno, si recava immediatamente sul posto e col battipanni cercava di scacciare gli ospiti indesiderati. Spesso il padre predisponeva le tagliole. Ma non bastavano mai, perchƩ gli invasori erano troppo superiori di numero.
CāĆØ di più. Sopra la porta di ingresso disposti in bella fila erano appese le scarpe da festa sia del padre del ragazzo, sia quelle di lui . Di giorno tutti e due calzavano gli scarponi, ossia quelli con pianta di gomma e copertura di tela, bene allacciati alle calcagna con i lazzi di iuta, mentre le donne di casa tenevano gli zoccoli di legno, o scarpe dette pianelle.
Tuttavia, ciò che colpivano erano le scarpe con i tacchi a spillo di sua madre che non le ha viste mai calzate. Gli stavano di fronte e suscitavano in lui recondite curiositĆ . Si vergognava. Non le ha mai chiesto perchĆ© non le mettesse. Forse stavano lƬ a ricordare la sua prima gioventù. Ossia quella trascorsa prima del matrimonio riparatorio, avvenuto nel febbraio del ā40. Lāuomo, infatti, pochi giorni prima era āentrato a forzaā, come si diceva allora, nella casa di lei, ovviamente sola, consumando con ogni probabilitĆ il suo primo amore.
Non a caso Ottavio nacque alla fine dellāanno. A giugno dello stesso anno lāuomo partƬ per il fronte di guerra dellāEgeo, e rientrò solo nellā estate del 1945, ritrovando il suo concepito di quattro anni e passa. Nei primi tempi il bambino si vergognava di uscire col padre, ma poi si abituò, tanto da essere geloso in ogni momento, persino di quando nelle serate del ballo in casa, a base di tanghi, valzer e frox trot, il papĆ danzava con la mamma. Egli arrossiva e si andava a nascondersi tra le gonne della nonna o di qualche zia. Fu orgoglioso del padre, quando partecipò come scrutatore alle elezioni politiche. Lāuomo fu scelto perchĆ© sapeva leggere e scrivere e soprattutto far di conto, essendo stato sergente maggiore per lungo tempo.
Si diceva che fosse vicino ai partiti di sinistra. TantāĆØ che questo gli costò caro. Nonostante i dieci anni di guerra fu escluso dallāassegnazione dei terreni dellāEnte di Riforma Fondiaria, nonostante avesse quattro figli a carico. E successivamente fatto fuori dal concorso per bidello alla scuola media, con lāaccoglimento del ricorso del secondo classificato, democristiano sfegatato.
Lāamore per la sinistra passò anche al figlio, che lo coltivò, leggendo giornaletti di propaganda e qualche libro sul tema dellāepoca, unitamente ā ricorda – a un giornaletto di satira che si chiamava āla fattoria degli animaliā, dove i politici più noti venivano rappresentanti dallāanimale più consono al loro aspetto e carattere. Come pure rammenta bene la propaganda degli avversari legata a doppio filo con la chiesa, che accusavano i comunisti sovietici di mangiare i bambini. Ed ĆØ per questo che quelli italiani furono scomunicati.
In quinta Elementare si stavano preparando le elezioni amministrative. Il maestro da giovane leader Dc (sarĆ sindaco per tre volte), pensò bene di scoprire le simpatie politiche delle famiglie degli alunni. Con il pretesto di insegnare loro il perchĆ© della democrazia e del voto, li propinò una dettagliata lezione sullāargomento, ripetendo che il voto era segreto e che ogni cittadino con esso poteva scegliere il candidato sindaco o consigliere preferito.
Poi disse: āfacciamo lāesempio praticoā e dopo aver preparato le schede con i rispettivi contrassegni di partito le distribuƬ agli alunni. Fu istallato a moā di cabina un banco posto in essere su un angolo della struttura lontano da ogni vista. Qui si recarono ad uno ad uno gli interessati e misero la crocetta con la penna sul simbolo preferito. Ovviamente quello simpatico alla famiglia. Dopo di che, il maestro salito in cattedra comandò agli alunni che avevano votato la DC di alzarsi in piedi. CosƬ capƬ che quelli che rimasero seduti avevano votato per i Comunisti. Ne risultarono 11 contro 35 Dc. A quel tempo le classi, in questo caso solo maschile, erano numerose.
Tra i voti andati ai comunisti cāera anche quello di Ottavio che fin da giovane si iscrisse al partito socialista di Nenni e sotto la sua spinta di leader della FGSI nascerĆ la sezione del PSI, che morrĆ nel 1992, con il fenomeno di tangentopoli.
Ritornando al discorso sul tema, va detto subito che il quartiere attorno a Vico Orso, detto anche del Purgatorio era estremamente popolato, le case sembravano alveari, da dove entravano ed uscivano a frotte grandi e piccini. Ragazzi e ragazze, a parte le ore scolastiche, eravamo quasi sempre in strada a giocare. I maschietti di solito giocavano a āuno alla luna, āaccoppa accoppaā o al ātaccarelloā, una sorta di nodo al fazzolettone con il quale si colpiva lāavversario. Il gioco alla campana, segnata a terra con il gesso, era preferito dalle femminucce.
Una volta, mentre si giocava ad āaccosta muroā con le piccole lastre di pietra, una di esse sfuggƬ dalle mani di Ottavio e andò a colpire unāanca dellāamichetta Michelina impegnata alla campana, che subƬ una dolorosa contusione. Accorse la madre inferocita e gliene cantò quattro delle sue. Tanto che per più di una settimana il ragazzo restò lontano dalla sua abitazione, temendo qualche altra sgridata se non di peggio. Michelina dopo che gli passò il dolore si riappacificò con lāinteressato.
Gli amici della strada più stretti e frequentati da Ottavio erano Tonino, Pietruccino, Matteo, Angelo, Pietro, Pierino, Gabriele, Peppino, Saverio ed altri . Spesso venivano a giocare anche quelli di altri quartieri e le rivalità sfioravano le risse. Per un certo periodo Ottavio fu impegnato a servir messa al Purgatorio assieme ad Angelo e a Gabriele. E questo perché voleva farsi prete o studiare come gli suggerivano i genitori a buon mercato.
Dopo la quinta e il I Avviamento conclusi con successo Ottavio resterĆ per due anni nel collegio benedettino di Montenero di Livorno. Conclusi i primi due anni di media con successo rientrerĆ in paese ormai adolescente e continuerĆ gli studi classici nella vicina San Marco in Lamis. Il resto dellāetĆ adolescenziale ĆØ ben descritto nel succitato romanzo.
In Vico Orso e strade collegate il rapporto di reciproco sostegno ed empatia era coltivato al massimo a livello quotidiano. Lo era sia nei momenti belli delle feste, sia in quelli di lutto. A quel tempo i bambini morivano, come si suol dire, alla giornata. Ad annunciarne lāevento era il campanellino e lāarrivo del prete con i chierichetti per lāestrema unzione o meglio per la benedizione con la posa del fiorellino sulla bocca. Tutti raggiungevamo la casa del morticino e il cuore doleva assai, non tanto per il morto che saliva in paradiso quanto per il dolore che colpiva le famiglie dei compagni di gioco.
Ai piani bassi di Via Montarone, il protagonista ricorda che operava un sarto sammarchese di nome Vincenzino con tutta la sua famiglia. Tra lāaltro il figlioletto Paolo che da adulto diventerĆ un bravo professore di Lettere. Erano buoni e ben voluti da tutti, specie da quelli che abitavano sotto lāabitazione di Ottavio che non avevano figli. I Sammarchesi restarono per circa tre anni. Dopo di che se ne ritornarono mogi mogi al paese loro, avendo cambiato mestiere il capo famiglia, che aveva vinto nel frattempo il concorso alle Poste e preso servizio, in qualitĆ di portalettere, presso lāufficio locale.
La loro amicizia con lo stradario continuò negli anni con tutti, perchĆ© fatta di ricordi e di affetti. Le loro abitazioni furono, subito dopo, occupate da una coppia di sposi che emigrarono dopo pochi mesi in Australia e successivamente da unāaltra sammarchese che aveva sposato un rignanese con prole in seconde nozze. Anche questi si fecero volere molto bene da tutto lo stradario.
In Via Montarone, parallela di Vico Orso, abitava una vecchia signora, vedova, che era il soccorso di tutto il vicinato in ogni evenienza. Si chiamava sciaā Vincenza. Per qualsiasi consiglio o intervento vi ricorrevano tutti anche da altri quartieri, specie quei genitori di bambine che avevano bisogno di essere perforate le orecchie, al fine di appendervi gli orecchini.
Il nostro protagonista ricorda con luciditĆ i loro pianti e strepiti. Proprio a fianco vi abitava pure una famiglia con tre figlie giovinette. Da qualche anno avevano in casa un fratellino, cui provarono anche loro, sullāesempio, della āvecchiaā a perforare le orecchie. Ci riusciranno a mala pena, ma a costo della perdita di tanto sangue da parte dellāoperato e le botte ricevute dai genitori, che in termini di educazione erano assai severi. Successivamente le stesse per gioco faranno cadere il fratellino nel braciere a carbonella presente in ogni casa. Il piccolo ci rimise la faccia che rimase storpia per sempre. Ora non cāĆØ più e neppure alcune delle sue sorelle maldestre.
Ancora si ricorda di una ragazza giovane che emigrò pure in Australia. Questāultima era lāamica preferita di Ottavio e suo cugino Matteo. Non si faceva pranzo o leccornie varie senza di lei. Per far piacere ai piccoli era la prima ad andare al negozio di Giacinto a comprare frutta ed altro. Era una sorta di emporio, fornito di ogni tipo di merce. Era possibile comprare anche con il sistema del baratto. Prendeva un poā di grano dal sacco di caso, ovviamente di nascosto dai genitori, e faceva incetta presso il citato esercizio di ogni sorta di frutta, specie di arance e di datteri di cui i piccoli erano assai ghiotti, con lāaggiunta di tanto in tanto di biscottini a forma di animali e caramelle varie. Un altro volto amico del quartiere era sciaā Frusina. Abitava pure lei nella sottostante Via Montarone, in un monolocale posto al di sotto del livello della strada. Non aveva la porta-finestra, ma lāantiporta. Una sorta di mezza porta da cui usciva il fumo avanzante dal vicino camino ed entrava freddo e vento. Di sera però si proteggeva , chiudendo anche il retro-porta, intero e massiccio di legno di ciliegio (si dicevaā¦!).
La donna , ufficialmente viveva sola. Non si sa se fosse vedova. Solitamente era vezzeggiata da tre giovani e belle ragazze, sue nipoti. La più piccola si chiamava Angiolina. Davanti allāantiporta cāera sempre lei, in attesa del suo fidanzato, di nome pure Angelo, da pochi anni rientrato dalla guerra. Pure essendo fidanzato ufficialmente, questāultimo, era tenuto fuori dallāuscio e con lei si appiccicava a parlare per ore ed ore , senza stancarsi mai. Ogni volta che Ottavio passava accanto agli innamorati, entrambi gli davano retta e gli facevano moine sperticate.
Un giorno il giovane uomo gli disse con il suo accento canzonatorio: āTrovati la āzitarellaā ( fidanzatina), perchĆ© mi dovete fare da paggetti al nostro sposalizio!ā. Dopo alcuni anni il fatidico giorno arrivò e i genitori di Ottavio si diedero da fare per farlo fare bella figura con qualche buon vestito. Gli comprarono a poco prezzo una mini divisa alla marinara, ai quei tempi ancora in voga La provò subito. Gli piaceva da morire e gli donava autoritĆ . Tanto da farlo sognare incredibili avventure sul mare, conosciuto a mala pena dalle foto dei libri. Non a caso, una volta sola cāera stato, a Manfredonia, portato da chissĆ chi.
Intanto, i genitori, avevano trovato per il prescelto la compagna giusta. Aveva qualche anno meno di lui ed abitava in Via Torretta. Si chiamava Maria ed era una bambina con il viso rotondo assai bello. Arrivò finalmente il grande giorno. Il corteo era già pronto. La sposa era raggiante con il suo bel vestito bianco e lungo sino alle caviglie, contornato da un velo spazioso dal quale fuoruscivano i capelli neri e una coda lunghissima. Era quella che i due ragazzi dovevamo sorreggere.
In un attimo entrambi furono sul posto. Lui in divisa e la sua piccola compagna con una elegante veste di colore chiaro e i capelli di colore nero bene arricciati.
Ne rimase colpito. CosƬ , lui e lei, con il velo in mano seguirono il corteo in andata e ritorno dalla chiesa matrice di origine e fattura medievale fino alla casa amica, forse di un famigliare di lei, dove si tennero i festeggiamenti profani, a base di āprupateā (taralli dolci) sfilati ad uno ad uno dagli asciugamani di cotone attorcigliati, accompagnati da vino, serviti in bicchiere a strisce o da rosolio contenuto nei bicchierini. E poi musica e balli a volontĆ eseguiti dal concertino locale. Lui e lei furono licenziati o auto licenziati subito allāinizio della festa dai genitori, in quanto bambini innocenti e poco avvezzi alle feste profane.
I paggetti, intanto, nei giorni e nei mesi successivi, quando si incontravano puntualmente arrossivano di vergogna . Dopo diventarono grandi e non ci pensarono più. Ora lei e in cielo, come dāaltronde anche i festeggiati di quel tempo lontano, ma pieno di sentimenti ed emozioni. La vecchia Sciaā Frusina, incantava, invece, quando i ragazzi sostavamo accanto al suo braciere, con i suoi racconti fantastici su Mamma Minorca e dei briganti assassini che un tempo infestavano quelle zone, colpendo al cuore con il fucile o tagliando la gola ai propri avversari o ai padroni ricchi che scialacquavano nelle loro vaste proprietĆ . Quando, la donna morƬ, il vicinato provò una stretta al cuore, come dāaltronde tutti i ragazzi e le donne, perchĆ© dāallora la casa si chiuse e si aprƬ solo quando ormai tutti avevamo cambiato abitazione, spostandosi in alloggi più capienti e forniti di comoditĆ , ma poveri di sentimenti e di magia.
Saverio era un vicino di casa, quasi coetaneo, che Ottavio invidiava moltissimo, perchƩ quando usciva di scuola, suo padre lo portava con sƩ in campagna nelle vicinanze del paese, dove aveva un fondo da lavorare e un gregge da mantenere. Il figlio lo aiutava in ogni evenienza. Altrettanto, faceva Pietruccino, che aveva un fratello e delle sorelle adulte da maritare. Te ne accorgevi la sera, allorchƩ la strada era piena di pretendenti, come quelli di Penelope, moglie di Ulisse.
Capitava anche al fratello che era conteso dalle donne. Una, in particolare, di nome Rosa, lāaveva ammaliata, in contrasto con la sua famiglia. Un giorno Ottavio āragazzoā assistette involontariamente, in casa di sua nonna paterna, al litigio tra le due mamme, ognuno tirava la calza per proprio conto, lāuna perchĆ© si riteneva più ricca, in quanto gestrice di un servizio pubblico di ristoro, lāaltra perchĆ© aveva un figlio bello e per di più suonatore di fisarmonica, il cui suono era molto popolare ed appetito dalle belle ragazze di quel tempo.
Ad un certo punto, colpito dalla ritrosia della famiglia di lei, anche lui decise di emigrare e di andare a cercare migliore vita in terre lontane. PartƬ per lāAustralia e non tornò più in Italia, se non una volta sola, per visitare i suoi genitori ormai anziani. Di lei aveva perduto persino il numero di casa. Si era sposata con un poliziotto ed era andata a vivere lontana, procreando figli. Si fece tenera solo più tardi, quando cominciò a soffrire di nostalgia, e prese casa in fitto durante lāestate per sĆ© e i figli, forse per ripensare al suo passato di innamorata o forse nella speranza che un giorno lui tornasse, essendole venuto a mancare nel frattempo anche il suo legittimo sposo. Ma fu unāattesa vana. Ora sono entrambi lassù nel cielo, felici e innamorati come lo sono tutti.
Tra i ricordi tristi cāĆØ anche quello del giovane ex-militare, perito per via dellāalluvione sotto il ponte di Brancia sul torrente Candelaro. Vi era caduto, trascinato dalle acque impetuose, mentre a bordo della sua bicicletta si stava recando a San Paolo Civitate, dove viveva la sua ragazza. Vi andava per ritirare, infatti, le carte di contratto di matrimonio. Presso la sua casa, a piano terra, in un angolo sotto casa di Ottavio, dove viveva assieme alla madre anziana e vedova, il giorno prima erano state āapprezzate le robeā ossia il corredo maschile.
Quando si diffuse la notizia della sua morte, il paese restò scosso. TantāĆØ che per diversi giorni e settimane si parlò solo di questo argomento, che ai ragazzi del vicinato faceva piangere. Il suo corpo si trova tuttora seppellito in un loculo con lapide e foto raggiante sul fianco destro della porta centrale.
Allāangolo opposto cāera una famiglia numerosa, che occupava due piani, il primo con accesso in Vico Orso e lāaltro da Via Montarone. Il capo famiglia era un pastore assai simpatico che assieme ai suoi famigliari stretti avevano un fondo con ricovero di uomini ed animali nelle vicinanze del paese. Puntualmente partiva la mattina, con il tascapane di tela a tracollo e in mano il bastone nodoso ad uncino per raggiungere il luogo di lavoro, impegnato comāera al pascolo delle pecore e al quaglio del latte, attivo ancora oggi, che produce formaggi e caciocavalli di primāordine e mozzarelle uniche al mondo e assai saporite.
Costui aveva in casa figli di tutte le etĆ , sia maschi che femmine, sfornati comāera con cadenza di uno allāanno, grazie ad una mamma procace, bella e forte, di quei modelli tutto fare che in giro non se ne vedono più. Ottavio non li ha mai contati. I primi due, quelli con i quali aveva trattato di più, erano emigrati in Australia, dove avevano contratto matrimonio e generato figli assieme a dei compaesani. Del maschio, di alcuni anni più grande , scomparso lo scorso anno, fu un modello preferito dal nostro protagonista sia durante lāinfanzia sia nella prima adolescenza. Le ragazze se lo mangiavano con gli occhi, gli amici facevano a gara per tenerselo stretto. Nella schiera cāera pure Ottavio. Non a caso gli venne un colpo quando un certo giorno lāamico australiano si presentò in paese per trascorrere le vacanze, assieme alla consorte. Fu lāospite dāonore e scrisse molto sulla sua storia di vita, pubblicata tra lāaltro sul giornale online locale.
Nelle strade del vicinatocāera rispetto ed amore. Ottavio ricorda ancora lāamico Tonino, con il quale si accompagnava sempre. Il papĆ per mantenere la famiglia, pure numerosa, assiepata in un monolocale a cisterna, soggetto di tanto in tanto ad essere allagata dallāacqua che entrava durante la pioggia intensa, lavorava alla giornata a prescindere da ogni settore.
Un periodo si stava rimettendo a nuovo la provinciale per San Marco in Lamis., a quel tempo acciottolata e sabbiosa, che quando un automezzo lāattraversava diventava bianco, come se fosse cosparso di farina. Il papĆ dellāamico rompeva le pietre con la mazzuola ad una ad una e per fare il metro che gli permettesse la giusta paga lavorativa. E sudava per diverse ore, mingherlino e basso comāera.
Al figlio dispiaceva tantissimo e voleva aiutare il padre ad ogni costo. Si confidò con Ottavio. E questi gli assicurò in un battibaleno aiuto e consiglio. āNel canale sotto il paese di breccia – gli disse Ottavio – ce nāĆØ a quintali, perchĆ© non andiamo a raccoglierla e incrementare il mucchio di tuo padre?ā. Lāaltro disse subito di sƬ e il giorno successivo presero dei sacchetti di iuta e si recarono sul posto, trascinati dallāentusiasmo per la buona azione e dal fatto che la strada era in discesa. Fatto quasi mezzo sacco a testa di questo materiale a buon mercato, ci provarono ad alzarlo, ma a malapena. Il peso era eccessivo. CosƬ rimediarono, buttando il sovrappeso sino a sollevarlo più agevolmente. Si inerpicarono, quindi, lungo il sentiero in salita lāuno dietro lāaltro. Ogni cinque metri, forse di meno, e dopo unāora e passa raggiunsero la vetta. Lāultimo sforzo lo compirono, quando recapitarono la āmerceā al cumulo dove lavorava il padre, a più di mezzo chilometro dal centro abitato.
Il padre li accolse con stupore e dopo aver capito li abbracciò entrambi, raccomandandoli di non farlo più, perchĆ© il peso rovina la crescita fisica. Ottavio, tra sĆ© e sĆ© pensò: āOra capisco perchĆ© ĆØ basso, chissĆ quali pesi avrĆ sopportato durante la sua infanzia!ā. Aveva una moglie attiva e il poco lavoro che trovava il marito era compensato da suo, che era una valente e richiesta riparatrice e costruttrice di fondi di sedia in paglia.
I guai finirono del tutto quando la famiglia ebbe assegnato il podere dellāEnte Riforma. I figli diventati grandi, presero altre strade. Alcuni si sistemarono nella sanitĆ pubblica, gli altri emigrarono. Tra lāaltro anche il figlio buono e generoso che voleva aiutare a suo modo il genitore.
N.B. Nella foto, casa natale di Ottavio di Vico Orso con “Murales”, eseguito in tempi recenti dal valente artista sammarchese Alessandro Tricarico.

Giornalista, scrittore e storico. Ha al suo attivo una cinquantina di pubblicazioni su tradizione, archeologia e storia locale.
