In Puglia, nel cuore del Gargano, sorge un borgo antico dal nome evocativo: Rignano Garganico. Sebbene fino al 1862 fosse noto semplicemente come Rignano ā e ancora oggi molti pugliesi lo chiamano cosƬ ā chi ĆØ del posto lo sussurra con un altro appellativo: la “cittĆ delle streghe”.
A differenza della ligure Triora, celebre per i suoi processi alle streghe, qui la narrazione non si ferma alle accuse. A Rignano, si parla di streghe “vere”, radicate in una storia popolare alimentata da aneddoti e, cosa ancora più inquietante, da oscuri ritrovamenti documentati negli archivi parrocchiali a partire dal lontano 1700.
Che le streghe siano esistite o meno, resta un velo di mistero. Eppure, la fervida immaginazione degli abitanti, tramandata di generazione in generazione, echeggia tra le vie del paese, culminando in un luogo avvolto nel terrore: il “ponte delle streghe”.
Questo antico ponte in pietra, che scavalca il canale di Lamasecca, incute ancora oggi un timore reverenziale. Gli anziani del luogo lo attraversano solo per necessitĆ impellente, e non senza voltare il capo verso la parete rocciosa che lo sovrasta, quasi temessero un’apparizione improvvisa delle famigerate streghe.
E forse, a ben guardare le cronache del passato, i loro timori non sono del tutto infondati. Scorrendo i polverosi registri dei funerali e dei decessi della parrocchia, emergono dettagli macabri proprio nei pressi del ponte. Sin dal XVIII secolo, si leggono di ritrovamenti di contadini, viandanti, mercanti e persino cittadini, spesso senza nome o di origine incerta, rinvenuti decapitati. L’orrore non si placa nel tempo: fino ai primi anni del Novecento, la zona del ponte continua a essere teatro di ritrovamenti agghiaccianti, corpi martoriati in modi indicibili.
Queste oscure vicende, mescolate alle chiacchiere serali e a una fantasia popolare sempre vivida, hanno intessuto una fitta trama di superstizione attorno al ponte. Ancora oggi, si narra una leggenda che fa rabbrividire l’anima.
La storia del ponte delle streghe si dipana in diverse versioni, a seconda di chi la racconta, ma il nucleo centrale ruota attorno a tre contadini del luogo ā chiamiamoli Michele, Giovanni e Gino ā impegnati nella faticosa salita lungo la collina a dorso dei loro asini per raggiungere i terrazzamenti da coltivare. Il loro percorso abituale seguiva i sentieri sterrati che si snodavano parallelamente al canale Lamasecca.
Come ogni mattina, la lenta ascesa ebbe inizio, ma all’improvviso le loro cavalcature manifestarono un’insolita agitazione. Ragli disperati ruppe il silenzio, gli animali si impuntarono, rifiutandosi di proseguire. Pacche e incitazioni si rivelarono vane: gli asini iniziarono a scalciare furiosamente, e uno di loro disarcionò il suo padrone, lanciandosi in una corsa sfrenata verso valle.
Fu Gino, il più osservatore dei tre, a scorgere la causa di tanto terrore. Su una roccia sporgente, a circa duecento metri di distanza, sull’altro lato del vallone, vide tre figure femminili di rara bellezza. Erano nude e danzavano in cerchio, le lunghe chiome fluenti: una bionda, una rossa e una dai capelli neri come la notte. Michele e Giovanni si voltarono, scrutando l’orizzonte, ma i loro occhi non riuscirono a percepire nulla, nonostante per Gino le tre figure rimanessero vividamente presenti.
Spinti dalla curiosità e forse da un brivido di inquietudine, i tre amici decisero di deviare il loro cammino per raggiungere la sporgenza indicata da Gino. Legarono gli asini a un albero e si incamminarono a piedi lungo il vecchio canale, avvicinandosi al punto misterioso. Mentre si facevano più prossimi, Gino iniziò a udire flebili voci femminili che intonavano un canto melodioso, ma ancora una volta i suoi compagni rimasero sordi a quella strana litania.
Giunti finalmente nei pressi del ponte di pietra, una scena raccapricciante si presentò ai loro occhi: tre cadaveri decapitati giacevano inerti al suolo.
GiĆ terrorizzati da quella macabra visione, un’agghiacciante risata e il canto di tre ragazze, provenienti da ogni direzione, li paralizzarono. Michele, Gino e Giovanni si diedero a una fuga disperata, ognuno scegliendo un sentiero diverso nel tentativo di salvarsi. Solo Michele fece ritorno al paese, portando con sĆ© un racconto che gelò il sangue nelle vene degli abitanti. Giovanni e Gino scomparvero nel nulla. Le ricerche, protrattesi per l’intero giorno e la notte, non portarono ad alcun risultato: non solo non vennero ritrovati i due dispersi, ma nemmeno i tre corpi senza testa che Michele giurava di aver visto vicino al ponte.
Michele, sconvolto dall’orrore, cadde in una follia inspiegabile. Nel suo delirio, le uniche parole che riusciva a pronunciare erano un monito agghiacciante: Ā«Sò lli strĆ©je, so lli strĆ©je!Ā» (Sono le streghe, sono le streghe!).
Questa ĆØ una delle versioni più diffuse della leggenda del ponte delle streghe di Rignano Garganico. Oggi, i giovani la considerano spesso un racconto popolare, una storiella per spaventare i più impressionabili. Certo ĆØ che, ancora oggi, non molti osano abbandonare la via principale per avventurarsi nei pressi di quell’antico ponte di pietra. Forse perchĆ©, come ogni leggenda che si rispetti, nel profondo del cuore di qualcuno serpeggia ancora il timore che, in fondo, un oscuro fondo di veritĆ possa celarsi tra le sue pietre secolari.
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Giornalista, scrittore ed Infermiere. Dirige il quotidiano sanitario nazionale www.assocarenews.it.
