C’è un dato che più di tutti racconta il cambiamento silenzioso di un paese: il ritorno. O meglio, il mancato ritorno.
A Rignano Garganico, il più piccolo comune del Parco Nazionale del Gargano, quel filo che per decenni ha legato chi partiva alla propria terra d’origine si sta assottigliando sempre di più. E oggi rischia di spezzarsi.
A dirlo non è solo una sensazione diffusa, ma un’indagine concreta condotta dal Circolo Culturale Giulio Ricci su 200 rignanesi fuori sede, residenti o domiciliati nel Nord Italia.
I numeri sono chiari. E fanno riflettere.
Sempre meno ritorni: il legame si indebolisce.
Il dato più significativo riguarda la frequenza dei rientri in paese. Il 73% degli intervistati dichiara di non tornare a Rignano da uno a cinque anni. Un ulteriore 15% non mette piede in paese da oltre cinque anni. Solo il 12% riesce a tornare con una certa regolarità.
Numeri che raccontano una realtà ben diversa da quella di qualche decennio fa, quando le festività – Natale, Pasqua, l’estate – rappresentavano momenti sacri di ritorno alle radici.
Oggi, invece, tornare è diventato sempre più difficile. E per molti, semplicemente impossibile.
Il vero ostacolo? I costi sempre più insostenibili.
Tra le motivazioni emerse dall’indagine, una su tutte prevale nettamente: il costo del viaggio.
Raggiungere il Gargano dal Nord Italia è diventato un lusso. I rignanesi che vivono in regioni come Lombardia, Piemonte e Veneto parlano di spese che arrivano anche a 600 euro tra auto, treno o aereo. Non va meglio per chi parte da Emilia-Romagna, Toscana o Lazio, dove il costo medio si aggira intorno ai 550 euro.
Cifre che, sommate al caro affitti e all’aumento generalizzato del costo della vita, diventano difficili da sostenere, soprattutto per chi vive situazioni lavorative precarie o instabili.
E così, quello che una volta era un viaggio necessario – quasi un richiamo affettivo – oggi diventa una scelta economica da ponderare. Spesso, da rinviare. O da cancellare.
Non solo soldi: un distacco che diventa esistenziale.
Ma il problema non è solo economico. L’indagine mette in luce anche altri fattori, più profondi e delicati.
Molti rignanesi fuori sede dichiarano di non avere più una casa “pronta” in paese: utenze staccate, abitazioni non più funzionali, immobili chiusi da anni. Tornare significherebbe affrontare ulteriori spese e disagi.
Altri, invece, raccontano di un distacco progressivo: la perdita dei familiari più anziani, il venir meno di quel nucleo affettivo che rappresentava il vero motivo del ritorno.
C’è poi chi vive condizioni di disoccupazione o precarietà e non può permettersi neppure il viaggio. E chi, semplicemente, ha costruito altrove una nuova vita, fatta di ritmi, relazioni e responsabilità che rendono sempre più difficile “tornare indietro”, anche solo per qualche giorno.
Un paese che rischia di svuotarsi davvero.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: Rignano Garganico si svuota. Non solo in termini demografici, ma anche in termini identitari.
Le case restano chiuse, le strade si riempiono sempre meno durante le feste, le tradizioni perdono partecipazione. Il paese, lentamente, perde il contatto con i suoi figli lontani.
E questo non è solo un problema locale. È il riflesso di una questione più ampia che riguarda tanti piccoli borghi del Sud Italia, dove l’emigrazione continua a rappresentare l’unica via per costruirsi un futuro.
La “rignanesità” è davvero a rischio?
La domanda, a questo punto, sorge spontanea: la rignanesità è a rischio estinzione?
Forse è una provocazione. Ma non troppo.
Perché l’identità di un paese non vive solo nei luoghi, ma nelle persone che lo abitano e in quelle che, anche da lontano, continuano a sentirsi parte di esso.
Se quel legame si interrompe, se il ritorno diventa un’eccezione e non più una consuetudine, allora il rischio è reale.
Serve una riflessione collettiva.
L’indagine del Circolo Culturale Giulio Ricci non è solo una fotografia, ma un campanello d’allarme.
Serve una riflessione seria, che coinvolga istituzioni, comunità e gli stessi rignanesi fuori sede. Perché il tema non riguarda solo il passato, ma soprattutto il futuro.
Come rendere più accessibile il ritorno?
Come mantenere vivo il legame con chi è partito?
Come trasformare la distanza in una risorsa e non in una frattura?
Sono domande aperte, che meritano risposte concrete.
Perché un paese vive finché qualcuno sente il bisogno di tornarci. E quando quel bisogno si spegne, non resta solo la distanza geografica, ma qualcosa di più profondo: la perdita di un’identità condivisa.

Giornalista, scrittore ed Infermiere. Dirige il quotidiano sanitario nazionale www.assocarenews.it.
