Il vento gelido di dicembre sferzava le colline brulle intorno a Rignano Garganico, portando con sé un eco lontano di storie sussurrate. Antonio, tornato al suo paesino natale per le festività, si strinse nel cappotto mentre percorreva a piedi la vecchia mulattiera che serpeggiava verso il canale di Lamasecca. Aveva sentito raccontare fin da bambino della leggenda del “Ponte delle Streghe“, quel singolare arco di roccia che, secondo i racconti più cupi, segnava il confine tra la vita e un’oscura iniziazione.
La curiosità, unita a un certo scetticismo da studioso di storia locale, lo aveva spinto a cercare quel luogo avvolto nel mistero. Sapeva dei ritrovamenti nel Settecento, quei tre uomini senza testa menzionati nei polverosi registri della Chiesa Matrice. Un brivido, più per il freddo pungente che per la macabra narrazione, gli corse lungo la schiena.
Mentre si avvicinava al canale, il paesaggio si faceva più selvaggio. La roccia del “ponte” si ergeva imponente, una cicatrice scura nella terra. Antonio immaginò le ombre danzare in quel luogo nelle lunghe notti di secoli fa, il sussurro di formule arcane, il terrore negli occhi di chi, per sventura o per audacia, aveva osato assistere al rito.
Poi, il suo sguardo cadde su qualcosa di inaspettato, incastonato nella pietra millenaria del dolmen che si ergeva poco distante.
L’oggetto era una piccola statuetta di terracotta, rozza ma stranamente espressiva. Raffigurava una figura femminile con le braccia alzate verso il cielo, il volto appena abbozzato, ma con occhi profondi, quasi supplici. Intorno al collo portava un ciondolo a forma di luna crescente, un simbolo che Antonio associava vagamente a culti antichi, precedenti persino all’epoca romana.
Mentre la esaminava con cautela, sentì un fruscio alle sue spalle. Si voltò di scatto e vide una figura avvolta in uno scialle scuro, il volto nascosto nell’ombra del cappuccio. La figura era immobile, silenziosa, appoggiata a un vecchio albero contorto che si ergeva ai margini del canale.
“Chi… chi è lei?” chiese Antonio, la voce incerta.
La figura non rispose subito. Poi, lentamente, si fece avanti. Quando il volto emerse dall’ombra, Antonio riconobbe gli occhi profondi e penetranti di Nonna Siuccia, una delle anziane del paese, famosa per la sua abilità nel “togliere il malocchio”. Le rughe le solcavano il viso come antiche mappe, e le mani, ora giunte davanti a sé, sembravano custodire segreti secolari.
“Sei curioso, ragazzo mio,” disse Nonna Siuccia, la voce roca come il fruscio delle foglie secche. “Curioso del passato. Un passato che è meglio lasciare dormire.”
Antonio si sentì un po’ a disagio sotto lo sguardo intenso dell’anziana. “Stavo solo… guardando il dolmen. E ho trovato questa.” Sollevò la statuetta di terracotta.
Nonna Siuccia si avvicinò e la osservò con attenzione. Un’ombra di tristezza le velò lo sguardo. “Era di una di loro,” mormorò, quasi tra sé. “Una di quelle che danzavano sul ponte, nel buio.”
“Una… una Mascjare?” chiese Antonio, sentendo un brivido corrergli lungo la schiena, questa volta non per il freddo.
L’anziana annuì lentamente. “Erano donne… diverse. Potenti. Ma la loro sete di potere le consumò. Il ponte… era un luogo di passaggio, sì, ma non solo tra il bene e il male come credono i più. Era un passaggio… verso un’altra forma di esistenza. Un patto oscuro, stretto nel cuore della notte di Natale.”
“E le teste trovate nel canale?” osò chiedere Antonio.
Un velo di dolore attraversò il volto di Nonna Siuccia. “Quelli… erano i guardiani. Coloro che osavano spiare i loro riti. Il prezzo della curiosità era alto, allora.”
Antonio rimase in silenzio, cercando di assimilare le parole dell’anziana. La leggenda, sentita tante volte come un racconto popolare, ora sembrava assumere contorni più vividi e inquietanti.
“Ma… ora è diverso, vero?” chiese infine. “Ora le… le megere si occupano solo di togliere il malocchio. Sono cambiate.”
Nonna Siuccia lo guardò con un’espressione enigmatica. “Il tempo cambia le forme, ragazzo mio. Ma la radice… la radice a volte rimane la stessa. Il potere non scompare, si trasforma. L’acqua del canale scorre diversamente, ma la sorgente è sempre lì.”
Si avvicinò al dolmen e toccò la pietra antica con le dita rugose. “Questo luogo… ha visto molte cose. Ha sentito molti sussurri. Ricorda. E a volte… il passato non è mai veramente passato.”
Un improvviso refolo di vento scosse i rami degli alberi, e per un attimo Antonio ebbe la sensazione che le ombre intorno a loro si fossero fatte più lunghe, più dense. Il “Ponte delle Streghe” sembrava ora meno una curiosità folkloristica e più una soglia verso un mondo nascosto, un mondo in cui il confine tra il bene e il male era ancora labile e pericoloso.
“Cosa intende dire?” chiese Antonio, sentendo un’inquietudine serpeggiargli dentro.
Nonna Siuccia si voltò di nuovo verso di lui, e per la prima volta Antonio notò una scintilla particolare nei suoi occhi, una scintilla che non sembrava né benevola né maligna, ma semplicemente… antica.
“Intendo dire, ragazzo mio,” rispose con un sussurro che si confuse con il vento, “che a Rignano Garganico, certe notti, la luna crescente ha ancora molto da raccontare.”
Un brivido percorse la schiena di Antonio. Le parole di Nonna Siuccia avevano acceso in lui una scintilla di inquietudine mista a un’irresistibile curiosità. Non poteva ignorare quella sensazione che serpeggiava nell’aria, quel vago sentore di un passato ancora vivo sotto la tranquilla superficie di Rignano Garganico.
“Posso… posso aiutarla a capire?” chiese Antonio, quasi senza rendersene conto.
Nonna Siuccia lo fissò a lungo, i suoi occhi penetranti sembravano scrutare nel profondo della sua anima. Poi, un piccolo, enigmatico sorriso le increspò le labbra. “Forse, ragazzo mio. Forse il passato ha bisogno di occhi nuovi per essere visto davvero.”
Nei giorni successivi, Antonio trascorse ore con Nonna Siuccia. La seguiva tra i vicoli silenziosi del paese, ascoltava i suoi racconti sussurrati, le spiegazioni sui rituali per togliere il malocchio, le erbe curative che raccoglieva nei campi. Ma sotto la superficie di queste pratiche apparentemente innocue, Antonio percepiva un’eco lontana, un vago richiamo a qualcosa di più antico e potente.
Un pomeriggio, mentre si trovavano vicino al canale di Lamasecca, Nonna Siuccia si fermò di fronte al “Ponte delle Streghe”. Il sole al tramonto tingeva la roccia di sfumature rossastre, quasi sanguigne.
“Le Mascjare non sono scomparse del tutto,” rivelò l’anziana, la voce un sussurro nel crepuscolo. “Hanno solo cambiato forma. Il potere non si annienta, si adatta. L’antica sete di controllo, il desiderio di influenzare il destino, è ancora presente. Solo che ora si manifesta in modi più… sottili.”
Raccontò di alcune donne del paese, eredi di antiche conoscenze, capaci ancora di gesti e parole che andavano oltre la semplice suggestione. Non praticavano più malefici cruenti, ma la loro influenza si insinuava nelle paure e nelle speranze della gente, manipolando le energie sottili che legavano la comunità. Le “affascinature” non erano sempre atti di puro benevolenza; a volte, celavano un sottile gioco di potere.
La notte di Natale successiva, Antonio si ritrovò involontariamente coinvolto in un evento che gli diede ragione. Invitato a una veglia da una famiglia del paese, percepì nell’aria una tensione sottile, un’aspettativa silenziosa. Vide alcune anziane appartarsi in un angolo, sussurrando parole incomprensibili, compiendo piccoli gesti rituali. Non c’era nulla di apertamente minaccioso, ma l’atmosfera era carica di un’energia arcaica, quasi primordiale.
Capì allora le parole di Nonna Siuccia. Il “ponte” non era solo un luogo fisico, ma un simbolo di un confine labile tra ciò che appariva e ciò che era realmente. Le Mascjare non erano più figure da incubo che decapitavano i curiosi; si erano integrate nel tessuto della comunità, trasformando il loro potere in una forma più insidiosa, nascosta dietro la facciata di guaritrici.
Antonio non seppe mai con certezza fino a che punto le attuali “megere” fossero consapevoli dell’eredità oscura che portavano con sé. Forse credevano sinceramente di operare per il bene, inconsapevoli delle antiche correnti che ancora scorrevano sotto le loro pratiche. O forse, alcune di loro custodivano gelosamente il segreto, mantenendo vivo un legame sotterraneo con il passato.
Lasciando Rignano Garganico alla fine delle festività, Antonio portava con sé non solo il ricordo di una leggenda affascinante, ma anche una consapevolezza più profonda della natura del potere e del modo in cui esso può mutare forma, nascondersi e persistere nel tempo. Il “Ponte delle Streghe” rimaneva lì, immobile e silenzioso, custode di segreti antichi, un monito sussurrato dal vento che, a Rignano Garganico, certe notti di luna crescente, aveva ancora molto da raccontare. E forse, la vera magia non risiedeva nei poteri malefici del passato, ma nella sottile e persistente influenza che le sue ombre continuavano a proiettare sul presente.
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Giornalista, scrittore ed Infermiere. Dirige il quotidiano sanitario nazionale www.assocarenews.it.
