Il brigante e il tesoro nascosto: la leggenda di Briéle Jalarde. Fu anti-Borbonico, Carbonaro e anti-Piemontese. Cultore della Repubblica e avverso alle Monarchie.
Nel cuore pulsante del Sud Italia, fra le colline silenziose e i misteriosi anfratti del Gargano, si cela una vicenda fatta di passione, tradimento e desiderio di libertà. Questa è la storia di Gabriele Galardi, per i rignanesi semplicemente “Briéle Jalarde”, un uomo il cui destino si intrecciò con quello di una terra ferita e di un’epoca in tumulto.
Nacque nel 1824 a Roccadaspide (e non a San Paolo di Civitate, dove però visse la figlia minore), un piccolo borgo dipinto dai gialli caldi delle terre Salernitane, in una famiglia povera, schiacciata dalla miseria e dalla fame. Da giovane, spinto dalla disperazione e dal bisogno di un futuro meno crudele, lasciò la sua terra per cercare fortuna in Capitanata, a Rignano Garganico. Lì trovò lavoro come guardiaboschi in una masseria, di proprietà di don Ciccio, rivoluzionario e carbonaro del luogo. Il posto glielo procurò il parroco di Rignano don Antonio, amico di don Liborio, sacerdote insolito di Roccadaspide, fervente liberale e Carbonaro, uomo di ideali che vedeva la luce della speranza anche in tempi oscuri.
Briéle non era un brigante qualunque. La sua anima ribelle ardeva per un ideale più grande: non voleva soltanto sopravvivere, ma lottare per una vera libertà, una repubblica solidale, lontana dalle catene di re, baroni e invasori. Non amava né i Borboni, né quei Garibaldini e Piemontesi che, con la scusa dell’Unità d’Italia, sembravano solo imporre un’altra tirannia.
La sua vita divenne un romanzo di lotta e clandestinità. Si oppose con veemenza a chi considerava un invasore, mentre nelle ombre delle notti garganiche si narrava di un tesoro nascosto: il bottino di una vita di ribellione, sepolto nelle viscere della Grotta Paglicci, un luogo mitico e ancestrale. Si diceva che lì, fra stalattiti millenarie e segreti invisibili, riposassero ricchezze capaci di riscrivere il destino di un popolo.
Ma il destino di Briéle Jalarde fu amaro. Dopo anni di battaglie, sfide con la legge e fughe disperate, fu catturato e morì probabilmente in carcere a Lucera, ormai vicino alla fine del secolo. Il suo tesoro, così come la sua leggenda, rimasero un mistero, alimentando speranze e fantasie tra le genti del Sud, ai confini tra storia e mito.
Ancora oggi, negli angoli nascosti del Gargano, quando il vento sussurra tra le querce e la luna illumina la Grotta Paglicci, sembra di sentire l’eco di Briéle Jalarde, il brigante che non si arrese mai, il figlio del Sud che sognò la vera libertà.
Il legame indissolubile tra Galardi e Rignano. E quel tesoro che forse ha arricchito qualcuno del posto.
Nel Sud Italia dell’Ottocento Gabriele Galardi era il fratello maggiore di tre figli nato tra le povere case di Roccadaspide. La sua vita prese una piega drammatica quando, giovane e idealista, si trovò coinvolto nella rete di amicizie con don Liborio, il parroco anti-borbonico e carbonaro, che sarebbe stato arrestato subito dopo dalle autorità. Questo legame pericoloso costrinse Gabriele a lasciare la sua terra natale per rifugiarsi nel Gargano, a Rignano Garganico.
Nonostante le difficoltà, a soli 19 anni Gabriele sposò Antonia Ferraioli, una giovane donna di Rignano, il cui matrimonio fu facilitato dall’intervento di don Antonio, parroco locale e suo alleato. Dal loro amore nacquero almeno due figlie, Filomena e Maria Rosaria Giovanna (nei libri dei morti della Parrocchia di Rignano, però, si parla anche un un terzo figlio morto da bambino). Quest’ultima avrebbe intrecciato il proprio destino con quello di Alfonso Cipriani, di San Paolo di Civitate, un uomo che conobbe personalmente Gabriele in carcere a Lucera, all’ombra della sua tragica fine.
La figura di Alfonso Cipriani e la mappa del tesoro in una scatola di fiammiferi.
La figura di Alfonso Cipriani è fondamentale nella leggenda del tesoro del brigante Jalarde, un tesoro che si diceva fosse nascosto nella Grotta Paglicci, il celebre sito paleolitico di Rignano Garganico. Si racconta che, prima di lasciare il carcere, Gabriele consegnò a Cipriani uno scatolo di fiammiferi, un oggetto apparentemente modesto ma dal grande valore: sul fondo era disegnata la mappa che indicava il luogo dove era seppellito il tesoro. Alfonso promise che avrebbe conosciuto e sposato la figlia di Gabriele, Maria Rosaria Giovanna, solo se fra loro fosse nato un vero amore. E così fu.
Quando il matrimonio si concretizzò, Alfonso svelò ai parenti e alla moglie la presenza della mappa nascosta, consegnandola alla suocera Antonia Ferraioli. Di quel tesoro non si seppe mai nulla con certezza. Tra i discendenti di Galardi, sparsi in varie zone, circolano sospetti: si dice che la famiglia Ponziano di Rignano, improvvisamente arricchitasi, possa essere venuta in possesso delle ricchezze sotterranee.

Tutta la vicenda di Gabriele Galardi — dai suoi giorni a Roccadaspide fino alla sua morte in carcere, passando per la sua epopea di brigante idealista e familiare — è stata meticolosamente raccolta dagli scritti di Antonio Del Vecchio, giornalista e storico, e soprattutto da Gabriele Falcone, medico, scrittore e pronipote diretto di Galardi. Falcone è autore del volume “Il tesoro di Gabriele Galardi”, che racconta in modo approfondito questa storia tra mito e realtà. La seconda edizione di questo libro sarà presentata a Rignano Garganico il 17 agosto 2025, in occasione del Premio Jalarde, che celebra la memoria e l’eredità di questo enigmatico personaggio.


Falcone stesso è discendente diretto e capobanda di una squadra di rivoluzionari che ha segnato la storia locale, spesso condannati alla morte o alla prigionia eterna, ma sempre custodi della lotta per una libera e giusta terra per i rignanesi.
Vi aspettiamo al Premio Jalarde 2025.


Giornalista, scrittore ed Infermiere. Dirige il quotidiano sanitario nazionale www.assocarenews.it.
