Arturo Palma di Cesnola tra Pasquale Soccio e Francesco Gisolfi.

di Matteo Coco

Se ci fermassimo alla premessa, prima di commemorare Arturo Palma di Cesnola, attraverso il suo romanzo appena edito da Eta Beta per conto del Circolo Culturale “Giulio Ricci” di Rignano Garganico, dovremmo far memoria di due amici suoi (cioè dell’archeologo) e nostri (di cui si tratta fugacemente tra le righe delle prime pagine) da parte del primo cittadino Luigi Di Fiore, che a proposito del cattedratico senese dice: egli rappresenta “l’unità tra scienza, coscienza e letteratura, anche in un’era globale come la nostra, preoccupata più dell’evoluzione commerciale e tecnologica che dei valori eterni della crescita culturale e civile dell’umanità”.

Ebbene i due sono: il compianto Francesco Gisolfi che io frequentai come amico più che mio professore di lettere classiche (di latino e greco, cioè) – sindaco nel periodo in cui fu conferita (il 21 dicembre 1987 – se non vado errato) all’illustre studioso la cittadinanza onoraria e il mio Maestro, in tutti i sensi: il grande letterato – come lo definisce Viviana Saponiere, Consigliera delegata – Pasquale Soccio col quale io posso ben dire, oggi, c’ero anch’io: e se vado a riprendere quegli appunti socciani, anzi tutta la relazione, con grande sagacia l’erudito Soccio già tratta non del preistorico scienziato, ma di “alcuni aspetti dell’umanità generosa e comprensiva dell’Autore “quando parla dell’attività non meno rilevante del prof. Palma: poeta, narratore e sensibile cultore di arte musicale” e fa cenno alla silloge poetica, pubblicata da Bastogi, nel 1983, di Lettere a Onoria, di un racconto lungo intitolato Lo sgombero e poi diffusamente fa riferimento a un romanzo inedito dal titolo Sonata per violino solo (che non sia questo che hanno voluto “discovrire” i curatori, Angelo e Antonio Del Vecchio, oppure un altro) e che, tra le carte degli scatoloni riposti nell’Istituto di Preistoria di Siena, come ci avverte la figlia Alessandra, non ce ne siano altri da “dissotterrare”. Un ultimo accenno che vorrei rimarcare in Soccio a proposito di Palma, è quando fa riferimento a Pirandello “nei suoi ripetitivi temi di sdoppiamento della personalità e afferma che: “in senso ancestralmente autobiografico, si potrebbe anche parlare di un signore Arturo, uno due e forse anche tre” mentre Palma io lo ritrovo in epigrafe proprio mentre cita -il mio decastrisiano- Quaderni di Serafino Gubbio operatore e premette una frase su quel che si è fatto e sulla mancata ribellione che ti… circoscrive… premettendo la frase all’intero romanzo.

Così lo rivedo come io l’ho conosciuto, un pò triste, sornione, ironico, pieno di interrogativi e di sollecitazioni culturali

L’Archeologo.

Arturo Palma di Cesnola di cui stiamo “celebrando” idealmente il ritorno nostalgico a Rignano, in quella sua cittadina garganica di cui si era innamorato perché nel suo territorio vi era quella “Grotta Paglicci, (dove, ci assicura ancora una volta la figlia,) dove lui ha lasciato gran parte del suo cuore”. Pudico, riservato, attento, umile (come sostiene Mastrillo e come io lo ricordo) era nato da padre piemontese e madre lucerina a Firenze nel 1928. Appena laureatosi in Lettere si forma alla scuola del positivista Mochi e divenendo docente, dal 1966, contribuisce a fondare il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena. Inutile dire che centinaia sono gli opuscoli e i testi, scientifici e divulgativi, pubblicati nel corso della sua carriera accademica. Condividendo idee e pratica del geologo-antropologo francese Francois Bordes ne sposa la causa anche per la sua passione in Letteratura, come, appunto, dimostra il romanzo-racconto che stasera si vuole qui presentare. Muore a Firenze nel luglio di 2 anni or sono. Mentre leggevo il suo testo, prima di partecipare a un Bacco Fest (pallidissima idea dei baccanali classici) m’imbatto nell’uovo di Elena che celebra, casomai ve ne fosse bisogno, la bellezza della donna che scatenò la guerra più importante e mitica dell’antichità e che persino Boccaccio esaltò affermando, nel suo commento alla Divina Commedia, che il timore di fallire impedì anche ai più valenti artisti di misurarsi nell’impresa di riprodurre una tale, inimitabile, bellezza. Bellezza che io ritrovo in molte considerazioni fatte nel romanzo da Palma di Cesnola quando afferma, nel suo prolungato e, innato – aggiungerei io, stupore che in un sorriso giovane, palpita, dolce e calda come una lucciola estiva, un po’ della sapienza di domani. Del resto lo stupore e l’incanto che l’Autore prova per Luisa (di cui, forse, segretamente s’innamora, poiché parlerà di amori da scavo) e sa descrivere nelle piccole cose, ripetono nel suo romanzo il canto del nostro popolo-poeta: “mi piace veramente, dirà a un certo punto, da solo, lavarmi il viso in quest’acqua mattutina” che per me riecheggia il noto-nostro canto “Oi l’acqua che te lave la matina…ti prego, bella mia non la gettare”. E’ nel silenzio che s’impara, ci avverte Palma, perché si ritrova se stessi e si riesce a impadronirsi dello spirito…

Ma che succede il 13 agosto?

Il racconto degli avvenimenti si snoda per oltre 200 pagine e si svolge in circa tre mesi di operazione: dal 10 agosto (San Lorenzo) all’11 ottobre (San Giovanni XXIII); ma che succede proprio il 13 agosto? che cade, manco a farlo apposta di venerdi (come oggi)?: in tutto 90 giorni di eventi, uno step o frazione di campagna di scavo, in cui proprio i tempi, come giustamente sostengono i due redattori Angelo e Antonio Del Vecchio nella loro accurata prefazione, “si dilatano o si accorciano a seconda dell’esigenza narrativa”. Ma che accade il 13 agosto, ripeto? De Gilbert l’allievo più attento che quasi supera il maestro e vorrebbe (quanto presuntuosamente?) ritenersi “Maestro del proprio maestro” intavola una discussione col Professore saziandosi di paradossi che occupano il quotidiano vivere senza, però fissare gli occhi a terra che è nera come quella dea (quanto fragile e vulnerabile) che è meglio non toccare… mentre io toccherei volentieri in questa parentesi il tema delle vergini nere, delle Madonne (come la nostra Incoronata) che popolano il mondo ultraterreno e liquido delle acque guaritrici e dell’intervento Divino nel corso della storia e delle azioni degli uomini, ma a questo punto il discorso si amplierebbe di gran lunga e richiederebbe ulteriori spazi temporali molto dilatati visto che in qualche modo abbiamo già anticipato brevissimamente un po’ del contenuto descritto nel Romanzo.

Il Romanzo.

Giornale di Scavo come appropriatamente è titolato: poiché è una sorta di diario di bordo che il protagonista, si capisce è l’Autore stesso che parla in prima persona e riferisce accidenti e circostanze del proprio lavoro con dovizia di particolari, tratta il genere come se fosse solo e veramente un report degli scavi in una grotta. Io, invece, sono arrivato a parlarVi del romanzo visto che mi muovo a macchia di leopardo e vi do soltanto piccoli assaggi. E’, questo, un diario un po’ particolare, lo dice lui stesso, per cercare una libertà nuova e, quindi, a mio avviso, l’Autore sceglie questo genere letterario proprio per usare (secondo me) uno stile più intimista, colloquiale, franco e sincero.

Il linguaggio, da par suo, è colto, forbito, prezioso, da buon toscano egli conosce il valore della parola poiché ci avverte: “Linguaggio eguale Cultura, Progresso – Così spiegano il perpetuarsi delle conoscenze fin dalla Preistoria”, scritta in segno di rispetto con la P maiuscola. Spesso usa le cotidiane parole per raccontarci il suo modo di intendere l’esistere quando pronuncia una frase chiave, a mio avviso, che è la chiave di volta di tutta la narrazione: “abituare se stessi a uno scavo interiore”…”Non è poi così diverso nella vita. Ogni mattina il nostro risveglio non inaugura forse l’avventura di un giorno ancora tutto intatto sotto la crosta del possibile?”…

I personaggi, poi, da De Gilbert a Luisa, da don Arnaldi (una sorta di d. Abbondio, curioso) a Bertini li tratta con umanità e affettuosamente li descrive come collaboratori e ganci ai quali riservare le proprie considerazioni, le proprie puntuali riflessioni… è un crescendo di emozioni e sentimenti, specie in alcuni dialoghi, in cui l’Autore sa sviscerare il suo pensiero quando risalta il ricercatore e lo scienziato che riesce meglio del romanziere, è innegabile, per me studioso di Storia delle Tradizioni. Allora m’incanta il ricorso ad alcuni autori a me cari: da Lucien Lévy-Bruhl a Spencer, Gillen, fino ad arrivare ai costumi dei popoli primitivi e alla spiegazione de Il ramo d’oro di Frazer, ivi compreso Timore e Tremore del filosofo-teologo esistenzialista danese Søren Kierkegaard.

Sono, insomma, centinaia gli spunti che l’Archeologo ci dà e ci vuol dare come in una grotta in cui cerca “il Vero, lo Spirito, la Coscienza” per buttar fuori lacci e pastoie, sentirsi libero e ricercare l’ignoto che è “solo ciò che non è ancora rischiarato dalla conoscenza”.

E qui vien fuori, sempre dalla grotta, da una grotta qualsiasi, l’upupa di foscoliana memoria e mi sovviene che con il culto dei morti è venuta fuori la civiltà: infatti, Foscolo stesso nel carme de I Sepolcri dirà “Da che nozze, tribunali ed are…” per cui possiamo esorcizzare, la morte, la paura, il buio che contrastano (teoria degli opposti inconciliabili) con la vita, la speranza, la luce e accarezzare l’oggetto sacro per illudersi di rimanere in contatto con i propri familiari e gli amici defunti, proprio come facevano (e fanno, forse, ancora alcune comunità di aborigeni) con il churinga gli abitatori “dell’Australia antica dove i ciuringa erano i simboli dei grandi eroi dell’eterno Tempo di Sogno (Dream/time) ed anche i mezzi attraverso i quali gli eroi, nella loro era di sogno, trasmettevano vita e potere”. Insomma “un ciuringa se si strofina su un malato serve a infondergli forza. Prestando un ciuringa si rinnova e si rafforza l’amicizia e quando si toccano per la prima volta quegli oggetti la persona si mette in contatto con un’eterna epoca di sogno”, e avverte la presenza protettiva degli antenati totemici (una sorta di Penati) che sono loro affezionati.

Le leggende: l’Arcangelo la preistoria le vergini nere…

Abbiamo già fatto cenno alle vergini nere…, ma un riscontro particolare lo dobbiamo non solo alle figure parietali di Paglicci e al rosso delle pitture rupestri ivi ritrovate, ma alla figura che anche il nostro Autore traccia in una meravigliosa pagina di questo romanzo quando dice: “aspettiamo che l’Arcangelo alato, la spada in pugno approdi alla nostra grotta a scacciarvi le ombre. Come già irruppe secoli e secoli fa in un’altra grotta, quella segnata dalla leggenda (…) una spelonca confitta fra casipole di pastori che fino ad allora non avevano conosciuto che le proprie mani screpolate dalla miseria”. E, infatti, narra la leggenda che il Sansovino, a cui comunemente viene attribuita la statua che ancora oggi ammiriamo e veneriamo, agli inizi del 1500, allorchè la stava scolpendo una sera fermò i lavori di scultura per poter, l’indomani, proseguire di scalpello. Quale non fu la meraviglia che l’indomani, andando in bottega, trovò la testa dell’Arcangelo già fatta coi suoi boccoli non da mano d’uomo, ma da mano divina che trasformò la pietra e la rese docile alla bellezza e alla dolcezza, alla preghiera che ci ispira: Sante Michael…defende nos…ut non pereamus in tremendo judicio. E allora, troveremo anche il frate santo ed entrambi saranno come “folgori, egualmente piombate nella carne della Storia”.

E così, sospesi agli ulivi lunari delle sere di cui ci parla, alquanto, poeticamente Palma, mi sovviene, allora, proprio una mia serata giovanile, quando tra le tombe della necropoli di Monte Saraceno presso il Mons matinus di Orazio, tra il verde dei pini d’Aleppo, dei mandorli e carrubi e il mare azzurro di Mattinata, appendevo i miei sogni di ragazzo che intravedeva nel proprio futuro la magia e lo spirito di questa terra benedetta.

Di Redazione

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