Alcune delle opere di Paulina Sroka.

Quella del bos primigenius, alias Uro, insieme alla pittura in ocra rossa dei cavalli è uno dei disegni di animali che più dice o fa supporre di quel mondo vissuto dagli uomini primitivi, specie durante il periodo caldo della sua cronologia. Una stupenda rappresentazione al riguardo la si evince nella mostra allestita ieri sera all’interno del cortile della palestra comunale.

Mostra quest’ultima firmata per la parte ispirata a Grotta Paglicci dagli artisti Paulina Sroka (polacca) e Antonio Giuliani. Della prima abbiamo l’incisione su pietra mobile di un cavallo panciuto. Dell’altro alcune teste di bovidi, con ogni probabilità appartenenti alla specie più arcaica del bos primigenio, alias Uro. Capostipite, quest’ultima delle attuali mucche. L’habitat dell’uro un tempo si estendeva   dalle isole britanniche fino all’Africa. A partire dai primi secoli dopo il Mille, la loro area si restrinse, sino ad occupare i paesi centrali dell’Europa centro orientale. La loro caccia, un tempo riservata alle famiglie nobili, si restrinse ulteriormente, concedendone il privilegio solo a quelle di stirpe reale. Nel 1564 i guardacaccia ne contavano 38 esemplari. L’ultimo dei quali (una femmina) perdurò sino al 1627 in Polonia. Il suo cranio è attualmente conservato presso un Istituto culturale di Stoccolma. Pertanto, il graffito che sarà esposto nel Museo su Paglicci d’imminente apertura presso il vecchio palazzo municipale di Rignano, è un’attrattiva da non perdere, riferendosi l’età del reperto al Paleolitico Superiore, ossia un’età piuttosto elevata rispetto a tanti altri soggetti similari.

L'uro di Antonio Giuliani (ispirato alle opere artistiche rinvenute a Grotta Paglicci).
L’uro di Antonio Giuliani (ispirato alle opere artistiche rinvenute a Grotta Paglicci).

Da rilevare, inoltre, sempre concentrando il nostro interesse, al solo  mondo animale, occorre rilevare, che qui si trovano rappresentate anche ossa riferite all’Elephans primigeniuse altri animali, come la tigre con i denti a sciabola, all’esercito di microzie e macrozie, allo stambecco e ai cervi. Questi ultimi bene rappresentanti nell’arte del predetto sito archeologico. Tra cui emerge anche la citata pittura dei cavalli, scoperta negli anni settanta nella saletta interna dell’antro a circa sessanta metri dall’imboccatura. Comunque sia, a rendere famosa ed originale Paglicci, non sono tanto gli animali, quanto i resti umani, ammirabili nei due scheletri cromagnoniani interi del giovinetto di circa 26 mila anni fa e della donna ventenne di tre mila anni più vicini a noi, come pure dei resti sparsi dell’Homo di Neanderthal, nonché le migliaia  e migliaia di strumenti litici, non escluso il pestello, col quale si macinava la farina di avena di 32 mila anni fa. Bene hanno fatto questi artisti ad ispirarsi a Paglicci, ritenendo un modo efficace di valorizzazione del Museo e nel contempo di loro stessi.

Di Antonio Del Vecchio

Giornalista, scrittore e storico. Ha al suo attivo una cinquantina di pubblicazioni su tradizione, archeologia e storia locale.

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