Tornato dal collegio, dove avevo concluso la seconda media, con un risultato strabiliante ossia la media del nove, continuai i miei studi in parte da autodidatta e per il resto a ripetizione presso un occhialuto maestro elementare disoccupato.

Dovevo sostenere gli esami da privatista presso la scuola pubblica ubicata  nella vicina San Marco. A quel tempo ebbi in regalo da mia zia Marilina un orologio. Non ricordo la marca, ma com’era fatto. Il coperchio posteriore era di vetro infrangibile, da dove si poteva ammirare tutto il macchinario. Era stato comprato alla oreficeria La Porta, a San Marco in Lamis. Per me costituiva un vanto data  la mia età di adolescente e la sua  originalità! Infatti, quasi nessuno dei miei coetanei ne possedeva uno. Il mio orgoglio, però,  durò appena qualche mese. Un certo giorno, l’orologio si fermò e dopo aver provato più volte a rimetterlo in movimento, desistetti, impotente, con le lacrime agli occhi. Ne feci cenno al maestro di preparazione che venne subito in mio soccorso. Prese l’oggetto e l’infilò in un bicchiere colmo di benzina. A suo dire, in tal modo si sarebbe autopulito e pronto all’uso dopo qualche giorno. Così non fu. Infatti, esso restò inerte. E così persi per un niente il primo orologio della mia vita.  Superai ottimamente gli esami nella sessione estiva. Se ricordo bene, con la media dell’otto e lo stupore degli esaminandi, abituati com’erano ad assistere alle scene mute non solo dei privatisti, ma anche a quelle degli studenti del corso ordinario. Fui l’unico promosso a giugno del mio stato (una decina) e tra i pochi di quelli regolari. In tutto una quindicina, di cui tre compaesani. Una percentuale minima! Immaginate che gli esaminandi,  nonostante la scuola fosse selettiva, superavano abbondantemente le duecento unità. Ebbi le congratulazioni dell’intera comunità. Tale fama restò invariata per gli anni a venire. Tant’è  che la maggior parte dei  genitori erano felici di inviare i loro figli al dopo-scuola da me. Ne preparai decine e decine, di cui alcuni raggiunsero non solo la laurea, ma l’apice della carriera professionale nei settori di competenza. Ricordo di un alunno (ora dirigente in pensione ed avvocato), che venne mandato da me a tempo perso, ossia trattenuto dal dolce far niente e dalla strada, come si diceva allora, perché ritenuto matematicamente respinto a settembre. E ciò per  via delle tre materie scritte principali insuperate. Il ragazzo si affezionò subito al mio metodo pratico e comunicativo e recuperò in breve tempo ogni ritardo. Risultato: fu promosso. Al contrario, i suoi germani, nonostante una o due materie rimandate e l’insegnante di grido che li aveva soccorsi, furono respinti, con sommo dispiacere della mamma, che provvide immediatamente di sua volontà a liquidarmi il doppio del compenso pattuito.  Al tempo della mia preparazione da privatista, avevo già i pantaloni lunghi e cominciavo a scoprire  e a interessarmi di sesso. Le prime impotenti fiammate le provai in  casa del mio compagno di scuola, Emanuele. Costui aveva tre sorelle, di cui le prime due per davvero belle e prosperose. Lo era soprattutto la ‘mezzana’ di nome  Lillina, che lasciava trasparire la sua femminilità da ogni dove.  A tale scopo quasi tutti i  pomeriggi mi recavo alla loro casa col pretesto di cercare il compagno ed anche per imparare a ballare, come dicevano loro. Infatti, in casa avevano un  giradischi ed esse offrivano a buon mercato lezioni di tango, di fox trot e di slow americani. Anzi, dimostravano un vero e proprio piacere, quando si presentava loro l’opportunità di farlo. E talvolta bisticciavano su chi dovesse svolgere questo ruolo. Rabbrividivo quando veniva ad invitarmi al ballo la terza sorella, quella chiatta  e un po’ bruttina, di nome Racheluccia. Speravo sempre che il giro finisse presto, anche perché il suo alito sapeva d’aglio. Come accadeva, quasi tutti i pomeriggi, dopo aver concluso i miei studi ordinari, andai a cercare Emanuele, per trascorrere qualche ora di passeggio con lui sulla Ripa e semmai adocchiare qualche ragazza che, come noi, non avevano nulla da fare e giocavano all’amore. Arrivato all’uscio di casa, chiamai, ma nessuno rispose. Bussai, silenzio assoluto, nonostante la porta fosse semichiusa. “Boh! – dissi tra me e me – forse non c’è nessuno o hanno dimenticato di chiudere la vetrina”. A quel tempo, ogni uscio, oltre ad avere una porta di legno massiccio, sul davanti ne teneva una seconda, per metà sfenestrata, ossia fornita di vetri a vista, incorniciati a dovere. Provai a bussare nuovamente, ma niente. Non c’era anima viva. Spinta la vetrina,  superai la soglia, guardando a destra e a sinistra  per constatare di persona che dentro non ci fosse nessuno. Di tanto in tanto davo voce: “Emanué, Rachelù, Lillì..”. Non avendo risposta alcuna, mi addentrai nella seconda stanza, appena riparata da una massiccia tenda divisoria. Qui, oltre al letto grande, c’era anche lo sgabuzzino per i bisogni, normalmente sempre chiuso. Questa volta, però era del tutto aperto. Mi avvicinai con circospezione, per rendermi conto dello strano rumore di sciacquio che sentivo da lontano. Apriti cielo! Fu allora che vidi la Racheluccia, accoccolata sul vaso di latta. Al mio apparire, presa dalla vergogna, ella si alzò di scatto e, non facendo in tempo a tirarsi su l’indumento intimo, incrociò le mani sul davanti nel tentativo maldestro di coprirsi, ma non vi riuscì appieno, perché i miei occhi nolenti l’avevano già scrutata in natura. Nel mentre lei si trovava nella comica situazione, cercava di tergiversare, dicendomi a strascico: “Aspetta… aspetta…, mi metto subito a posto e parliamo!”. Non avendo nulla da dirci, almeno da parte mia, e temendo da un momento all’altro l’arrivo di qualche famigliare, raggiunsi con un balzo l’uscio e mi allontanai di corsa col viso rosso e il cuore che mi scoppiava per l’emozione. Era la prima volta che vedevo come fosse fatta una donna. Ovviamente di questa strana avventura, non ne parlai mai con nessuno, per rispetto suo e mia soddisfazione. E questo non a torto. Infatti, nonostante la bruttezza dell’interessata, d’allora in poi  il senso di repulsione che inizialmente provavo verso di essa , si trasformò in un piacevole sentimento di gratitudine, perché l’esperienza visiva in parola mi aiutò a crescere, senza tabù.  In casa ospitavano un forestiero, venuto in paese per motivi di lavoro. Quest’ultimo, si vantava di essere un vero maestro di ballo argentino. E lo era per davvero. Da lui imparai a fare il tango sciolto e il Charleston . Quando ballavo, non ero io a stringere la vita delle mie insegnanti, ma erano loro. Forse lo facevano non per piacere, ma semplicemente per fare emergere in me la sopita mascolinità. E ci riuscivano…! Una volta, la provai per davvero con Lillina. Ella, sapendo che a casa non c’era nessuno, venne a trovarmi nel primo pomeriggio. Non c’era il giradischi, ma lei, nonostante i miei dinieghi, disse: “adesso ti insegno come corteggiare una ragazza!” E nel dire ciò, dapprima mi affrontò davanti, abbracciandomi come se fossimo ad un ballo. Rimasi rigido, mentre sul volto mi assalivano i pudichi colori. Accortosi del mio stato ‘indisponibile’, mi si incollò alle spalle col suo seno irto e caldo. La posizione mi piaceva, anche perché la donna non poteva scrutare i miei occhi e farmi sentire in peccato. Così stemmo appiccicati per circa una mezzoretta, mentre all’orecchio ella mi sussurrava: “caro, caro…”. L’incanto s’interruppe non  appena avvertimmo rumori di passi provenienti dall’esterno. Lei si distaccò subito. Era la mamma, che affrontò l’ospite con molta grazia e simpatia, forse ringraziandola in cuor suo, per la inconscia e gratuita lezione didattica accordatami : “Oh, Lillina, come sta tua madre?”- chiese la nuova arrivata.Bene !” – rispose l’interrogata, arrossendo un po’ per l’impaccio. “Devo andare subito, perché la devo aiutare a riassettare la casa”, concluse biascicando. Quindi, attraversò la soglia di corsa e si allontanò dal luogo del presunto peccato, per molti. Altri abboccamenti e carezzevoli attenzioni le continuai a subire a casa sua, ora da lei, ora dalle sorelle. Ero cresciuto. Ed ora, con il senno di poi, posso continuare, ancor oggi, a dirle grazie per i loro salutari  interventi anti-repressivi. Altri coetanei, che non hanno avuto la fortuna di ricevere un siffatto trattamento (fortunatamente pochi!), soffriranno negli anni a venire  le pene di Giobbe  per le conseguenze della repressione sessuale e della cosiddetta morale dominante, di cui si parla ancor oggi, quali: pedofilia, impotenza, sadismo, violenza, ecc. Menomazioni insorte per lo più  in luoghi dai regolamenti vigenti troppo rigidi, come collegi, seminari, caserme, carceri, ecc. Tutto questo andrebbe combattuto ed abbattuto, secondo me, e non solo,  attraverso  una sana e preventiva educazione sessuale, esercitata con scienza e coscienza dalle Istituzioni interessate, a cominciare dalla famiglia e  dalla scuola. Sullo stesso tema, vissi un’altra simpatica esperienza. Non ricordo bene se prima o dopo quanto raccontato. Si stava nel settembre inoltrato. Quella mattina Il cielo si presentava chiazzato di nubi intense, qualcuno un po’ nera. Presi l’ombrello e mi avviai verso il palazzotto di Alberto. Fu lui ad aprirmi l’uscio. Non appena dentro, dissi: “Che facciamo questa mattina”. E lui, “Tra poco pioverà (era il mio ombrello a farlo pensare), perché non andiamo per lumache!. Eh sì”- risposi – a me piacciono i quacquaroni!”. Nel gergo si dicono anche “ciammariconi”. Si tratta dei lumaconi. Se ne conoscono due specie: quella detta di  “merda”, dal guscio verde e rotondeggiante, l’altra “gentile” del medesimo colore, ma di forma e somiglianza ad una grossa lumaca.  Ci avviammo alla volta delle campagne petrose vicine e ci mettemmo subito a cercarle e ad insaccarle letteralmente in un mezzo sacco di iuta. Intanto, la pioggia aveva cominciato a cadere fitta fitta. Tanto che il mio povero ombrello – che serviva, peraltro,  a proteggere entrambi dall’acqua –  non ce la faceva più a contenerla. Ad un certo punto, lo chiudemmo e ci mettemmo a cercare l’appetitoso bottino separatamente. E poi, vedendo che gli abiti ci si erano letteralmente appiccicati addosso, sostammo dentro  un pagliaio (costruzioni in pietra simili ad un micro nuraghe sardo), uno dei tanti disseminati nella nostra zona;  e qui aspettammo che spiovesse un po’. Erano passate due ore circa. Visto che il tempo era migliorato e la provvista cresciuta, ritornammo sui nostri passi e  dopo un po’ raggiungemmo la casa dell’amico. Ci accolsero le sue sorelle che ci dissero subito in coro: “ Vedete come siete fracidi, andate nella stanza in fondo e spogliatevi, altrimenti prenderete una polmonite! Poi ritiriamo gli abiti e li facciamo asciugare!”, conclusero con un risolino tra il divertito e il sardonico. L’appello fu accolto da me con una certa titubanza e recondito timore. “Come nudi?– ripetevo a me stesso- chi e in che modo verrà a prelevare gli abiti?”. Il mio compagno d’avventura, invece, non era affatto preoccupato. Tanto erano sue sorelle e chissà quante volte le donne lo avevano visto nudo. Comunque sia, non appena in istanza (una bella stanza con finestra bene arredata), eseguimmo a perfezione il consiglio, lasciando a terra uno dopo l’altro tutti gli indumenti ed in un attimo ci trovammo nudi, come madre natura ci aveva fatto. Intanto, fuori dall’uscio si udivano passi frettolosi e qualche scoppio di riso represso. Guardai in direzione e vidi dalla toppa della porta: un occhio celeste che sbirciava, poi uno nero e ancora un altro marrone.  Rimasi impietrito. Non riuscivo a muovere né gambe né braccia, come se quegli occhi mi avessero stregato. Dopo un po’, il mio amico si avvicinò alla porta e chiamò: “Maria, vieni a prendere la roba e mettila ad asciugare, perché il mio amico deve ritornare a casa  per il pranzo! Nascondendo il suo corpo dietro una pacca di essa, con una mano spinse fuori il fagotto, prelevato subito dopo dalla sorella minore. Aspettammo nudi, ma non avevamo freddo. Dopo un’oretta, grazie al bel tempo, i nostri indumenti ci furono restituiti asciutti dalla stessa persona. E così io potei tornare a casa sano e salvo e un po’ impacciato per aver dato involontariamente spettacolo della mia nudità. Non seppi mai se la stessa era stata apprezzata o meno da quegli occhi indiscreti.

 

 

 

Di Antonio Del Vecchio

Giornalista, scrittore e storico. Ha al suo attivo una cinquantina di pubblicazioni su tradizione, archeologia e storia locale.

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