L'autore

 

Un appellativo datole da Ottavio sul finire della relazione, incominciata nel 72 e   conclusa l’anno successivo poco prima che l’uomo si sposasse. Era una sostituta, di cui si dirà.

A quel tempo, Ottavio era impegnato come coordinatore – animatore nel campo dell’educazione degli adulti. Precisamente nei corsi residenziali della durata di una settimana, per lo più tenuti in hotel – alberghi, ai quali solitamente partecipavano, in qualità di alunni, operai ed operaie delle fabbriche ed aziende circostanti ed aveva come insegnanti sociologi e sindacalisti di levatura nazionale. Lo facevano per diventare delegati o futuri dirigenti sindacali.

Qui imparavano, oltre ai temi del lavoro e del sociale, anche  le tecniche di come confrontarsi in un dibattito o affrontare un discorso  in pubblico. Va premesso che il loro titolo di studio si aggirava mediamente sulla licenza elementare. Si cominciava dai lavori di gruppo, per finire alla estensione di una vera e propria relazione. Tanti, specie le appartenenti al gentil sesso, vi venivano esclusivamente per trascorrere una settimana di libertà, lontani da ogni costrizione  e convenzione di tipo famigliare e sociale.

Tra queste c’era pure Maria, sposa e madre, separata in casa, accompagnata dal suo giovane amante, Arturo. Un novello latin lover, costantemente a bordo della sua brava e slanciata spider di colore rosso fiamma. Essendo il principale protagonista della vicenda, questi ultimi, sin dall’inizio tentarono e poi riuscirono ad attrarre Ottavio nel loro gruppo amicale. L’ultimo giorno del corso concordarono di partecipare insieme ad un veglione pop organizzato in Fiera. Prima di lasciarsi, Maria, rivolto al suo nuovo amico, disse: “Con me porto anche mia figlia Elvira”.

Alle 22.00 in punto, Arturo ed Ottavio si ritrovarono a bordo delle loro rispettive auto sotto la casa di Maria, ubicata alla periferia della città. L’Attesa fu lunga, perché le due donne dovevano mettersi in ghingheri e poi dovevano tranquillizzare con vari pretesti il capo-famiglia, perché nonostante la conoscenza dei fatti, era pur sempre un po’ geloso.

Finalmente entrambe si presentarono all’uscita del palazzone popolare a più piani: la madre in elegante e sboccato abito da sera, ricoperto da un ampio mantello nero; la figlia in pelliccia di visone marrone chiaro, che faceva risaltare la sua carnagione rosea di ragazza a primo pelo. Aveva diciotto anni, ma forse di meno, ma i suoi occhi vispi e il parlare sciolto  la rendevano più matura. Dopo la presentazione, la mamma si sistemò subito nell’auto del suo innamorato, la figlia nella mini minor verde-marcio con tetto giallo dell’altro uomo.

Si diressero a spron battuto, o meglio a motore rompante, alla Fiera. Qui c’era una folla variopinta di giovani che faceva ressa per entrare. Le due coppie cercarono di mettersi in fila anche loro, pronti e vogliosi di raggiungere la meta di divertimento. Passò circa una mezz’oretta e la noia per l’attesa cominciò ad invaderli. “Chissà quanto tempo” – sospirò uno. “Chissà se troveremo posto ” – aggiunse l’altro.

Le uniche a zittire furono le donne, contente di aver due baldi cavalieri ai loro fianchi. Fu in quel momento che ad Ottavio gli venne la felice idea di abbandonare tutto e di andar via. In un orecchio disse sotto voce alla madre: “Perché non andiamo alla pizzeria del paese. È un locale tranquillo, dove  la mia comitiva fa festa ogni sera con cene luculliane e sconfinati balli di coppia o di gruppo, accompagnati da musica e ritmi moderni? “. “Oh sì – rispose la donna – andiamo subito, perché qui prima di un’ora e passa non si entra”.

E così si avviarono verso il paesino dei loro desideri, lassù in cima alla montagna. Durante il viaggio, Ottavio sciorinò un sacco di simpatici racconti e barzellette alla sua compagna di viaggio, che contraccambiò con strette di mano, non si sa se per piacere – compiacere  o per abitudine. Arrivati, furono accolti con gran giubilo dai padroni del locale e dall’allegra compagnia di Ottavio. Di essa, ognuno fece a gara, per essere presentato alle due forestiere. La serata andò liscia sino a tardi. Ad un certo punto, la madre, accalorata ormai al massimo chiese : “Perché non troviamo un posto appartato, prima di andar via?”. Ad Ottavio, gli scappò: “Perché non andiamo a casa mia, dove vivo da solo?” L’interlocutrice, facendogli l’occhiolino di assenso, rispose: “Oh sì andiamo!”.  In pochi minuti raggiunsero l’abitazione, situata alla periferia del paese. Ad accoglierli fu il ripetuto e modulato abbaio dei cani, come se si fosse nei pressi di una masseria. Entrarono. Maria e il suo partner si sistemarono nella stanza matrimoniale, dicendo: “Domani mattina andremo via presto!”.  Ottavio, dal canto suo, assentì, ma con stupore al sol pensiero che avrebbe condiviso la nottata con la bella figliola. E questo gli metteva la fregola addosso in assenza di  un corteggiamento preventivo, parimenti a quanto  gli era accaduto nelle  precedenti conquiste. Pensiero, quest’ultimo,  che anziché eccitarlo, lo raffreddò di colpo, confondendo un po’ le sue idee.

Si sistemarono nella stanza attigua, dove c’erano due lettini.  Elvira disinvoltamente si privò subito del visone e poi dell’abito elegante. Apparve come una Venere che esce fuori dall’acqua, con tutto lo splendore del suo corpo, a cominciare dal seno ben formato e sodo, coperto a malapena da un reggipetto retinato, per finire allo slip mozzafiato, che lasciava fuoruscire due  gambe lunghe ed affusolate. Il resto era costituito dalle curve bene accentuate ed appetibili. Ottavio, dopo essersi rinfrescato gli occhi, provò anche lui a spogliarsi, ma lo fece svogliatamente, temendo di non piacere.

Ma alla fine, anche lui provò e si  ritrovò in un attimo con canottiera e  slippino. Quindi, si coricò sul suo letto, aspettando che l’altra gli desse il segnale. Niente! Anzi,  tirò su il lenzuolo fino alla bocca e si addormentò. Così pareva! A questo punto, il giovane cercò anche lui di dormire, ma non riuscendovi si girava e  si rigirava nel giaciglio, come se avesse la febbre a 40. I minuti, scanditi l’uno dopo l’altra dalla sveglia da tavolo, ti davano l’idea del tempo che passava uguale a se stesso. Ad un certo punto, Ottavio, si alzò e s’infilò nel letto dell’altra, cercando di abbracciarla e di baciarla.

Lei, seppure consenziente nei gesti, cercò di prendere tempo a parole: “Non ora, sono stanca ed ho voglio di dormire. Sarà per una prossima volta! “– biascicò. Il giovane, a questo punto, si ritirò al suo posto e sprofondò nel sonno ristoratore. Intanto,  fuori i cani avevano ricominciato ad abbaiare con una certa insistenza.

Svegliatosi di soprassalto, Ottavio, si affacciò alla finestra e vide che il gestore della pizzeria, unitamente ad altri suoi compagni di baldoria, stavano sbirciando per vedere che cosa stesse accadendo al suo interno. “Andate via- disse Ottavio con tono preoccupato- con il vostro baccano e l’abbaio dei cani, metterete in guardia l’intero quartiere. Tra  poco i dintorni sapranno tutto, mettendo in crisi la segretezza di questo appuntamento”. Gli amici, a questo punto, salutarono e si allontanarono.

Il mattino seguente, alle sei in punto, gli ospiti lasciarono la casa, promettendosi di farsi vedere presto.   Dopo tre giorni si ripresentarono, infatti,  in pizzeria: madre, figlia ed amante. Salutati tutti, si lanciarono in pista per  ballare. Il locale era zeppo di giovani. C’era pure, l’amico Flavio, che lo affrontò subito, dicendogli: “Perché non mi presenti la bionda, è una ‘bòna’ e non voglio lasciarmela scappare. L’altra volta sono rimasto affascinato dal suo aspetto procace, lasciami provare- concluse”.

 L’uomo, da poco  libero professionista, era ritenuto un grande conquistatore. Forse a torto, perché lui, a differenza del mitico Don Giovanni, che non lasciava mai tracce del suo passaggio, creava puntualmente una storia più o meno lunga.

Ottavio,  memore della notte mancata, era ormai deciso a passarla la preda. L’unico inconveniente era il come convincerla. Quella sera Elvira aveva indossato una parrucca bionda.  Ma nessuno lo sapeva, compreso lo spasimante, ossia Flavio. E questo perché l’acconciatura era la stessa della volta precedente. L’unico ricambio era il colore. Questa volta, si era di fronte ad una bionda. Infatti, la donna desiderosa di fare colpo sulla comitiva, si era sottoposta alla tintura.

La compagnia era  stata battezzata da subito “di campagna”, ritenendosi essa, che era del Capoluogo,  una cittadina moderna e alla moda.  Ottavio ovviamente, era  informato a puntino di ogni cosa, compresa la parrucca.

L’altra novità fu che la stessa venne in paese,  non più scortata dalla mamma, bensì da una sua amica, di qualche anno maggiore di lei. La quale era  ben formata e fornita di ogni ben di Dio, corporale, dal seno prosperoso al “popò” a mandola, sorretto da due gambe ben piantate. Insomma, ti dava subito l’idea del “sesso”. Ed è per questo che sin dal primo momento Ottavio, che era assai arguto, le affibbiò il soprannome di Porcia, accostandolo ironicamente a quello di Lucrezia Borgia, figlia dello storico e noto Papa.

In realtà ella si chiamava Eufrasia. Cominciarono, come al solito, alla stessa ora, i balli in pizzeria. Ottavio a giro alterno, una volta si accompagnava con l’una, e la seconda con l’altra. Gli piaceva farlo con Elvira anche perché con lei aveva abbastanza confidenza, come in un “fratello maggiore”, aggiungeva lei. Costatazione, quest’ultima, che anziché farlo ingelosire, gli piaceva assai, perché lo faceva sentire maturo.

Nel giro libero, Flavio subito ne approfittava per fare coppia fissa. Era ormai pazzo di lei. Tanto che a un certo punto, preso dalla sua foga romantica le chiese a bruciapelo: “ Dammi un ciuffo di capelli, così quando non ci sei, mi consolerà un po’ della tua mancanza!”. Parole, come il resto, puntualmente riferite ad Ottavio, che sollecitò la donna ad accontentarlo , perché ci avrebbe pensato poi lui a sfotterlo. E così sarà. “All’animaccia tua – disse Flavio – ora convincila ad accettare la mia compagnia!”.

Fu così che  Elvira, invogliata da Ottavio e sollecitata soprattutto dalla posizione sociale ed economica dell’interessato disse di sì. E la storia d’amore cominciò tra i due. Ogni fine settimana, or in un albergo della costa, ora su quello in montagna s’incontravano le due coppie, Ottavio con Eufrasia e Elvira con Flavio. Tutto a spese di quest’ultimo.

La prima volta accadde nell’alberghetto sulla costa: poche stanze e un grande freddo. Lo si cercava di attutire a mala pena con  stufe elettriche appese alle pareti. Ottavio, per riscaldarsi andò subito al sodo e la partner gli cedette immediatamente, non si sa se sospinta dal freddo o dal calore dell’uomo. Nella stanza contigua si industriava  a sottomettere la preda anche l’altro uomo. Faticò molto. La donna si lasciò andare solo dopo  essersi convinta che la coppia dei suoi amici aveva già concluso.

Il ménage à quatre, ovvero a doppia coppia, continuò  per altri mesi ancora,  fino a quando le pariglie si separarono per motivi contingenti. Ottavio andò a pensione in città, dove  era impiegato, Flavio restò in paese ad esercitare la sua nobile professione. Anzi, della donna se n’era innamorata perdutamente e la voleva condurre all’altare, nonostante i suoi tanti ed infranti amori precedenti. Le aveva promesso persino l’acquisto di un appartamento!

Il suo amico , intanto, si era fidanzato ufficialmente  con una forestiera, che viveva a Fracassano, grosso centro agricolo dell’interno. Ciononostante egli s’ incontrava quasi ogni sera con la “Porcia”, residente nella medesima città. Ad una cert’ora, egli andava a prenderla sotto casa e di corsa con la sua mini la conduceva nei luoghi più disparati. Arrivati sul posto lei si spogliava e si donava tutta , senza dargli il tempo di respirare o di scegliere il modo più consono. Era per davvero carnale, Non credeva affatto al cosiddetto amore romantico. Forse per una forte delusione subita in paese,  quando era appena un’adolescente.

Ed è per questo che lui, approfittando del suo amore ed  acquiescenza passiva,  la sottoponeva spesso a tutti i suoi capricci sessuali, non curandosi mai se gli stessi piacessero o meno  alla donna, ormai del tutto schiavizzata.

Ma un giorno autunnale, capitò il contrario. Infatti, si era al solito corso residenziale ed alberghetto – ristorante in riva al mare. Tema dell’incontro formativo: “Salute e fabbrica”. A relazionare era venuto addirittura il big della CGIL nazionale, che concentrò su di sé l’attenzione generale, essendo riuscito a coinvolgere l’intero uditorio fin dal primo momento, enumerando ad una ad una le varie malattie rivenienti da ogni tipo di lavoro, specie quelle acquisite  presso le aziende metal meccaniche e chimiche, di cui si constatava  una discreta presenza nella provincia, grazie alla Cassa del Mezzogiorno. Tra gli alunni c’era anche lei, la Porcia.

Ottavio, la guardava spesso e nel contempo sognava l’imminente incontro liberatorio. Lei annuiva e lo stuzzicava a distanza, masticando in modo significativo la sua solita chewinggum. Dopo la relazione, seguirono i lavori di gruppo e poi l’assemblea generale, senza inconvenienti. Al pranzo lui e lei sedettero vicini e di sotto al tavolo di tanto in tanto si toccavano e sospiravano…! Ormai non resistevano più.

Ad un certo punto, non potendone più, Così che prima lei, disse: “vado sopra” e andò via. Dopo pochi minuti, arrivò nella stanza, anche lui. Chiuse la porta, mentre lei era già distesa sul letto. “Su fai presto, cavallino mio, ho tanta voglia di te!” – disse scherzosamente, sollevando la veste. Era tutta nuda! Ottavio si avvicinò e nel mentre stava per buttarsi sopra, accortosi  di essere disarmato, s’irrigidì  di colpo. “Che cosa mi sta succedendo?” – s’interrogò pensieroso – Eppure pochi minuti prima mi sentivo come un leone? Arrossì, come un peperone e abbandonò la partita.

La donna, prima lo prese a sfottò e poi gli si avvicinò e cercò di consolarlo. “Non ti preoccupare- si azzardò a dire – la prossima volta andrà meglio!”. A questo punto, lui scappò via pieno di vergogna. Era la prima volta che aveva fatto cilecca. Nei giorni successivi si convinse che anche in questo caso c’entrava la psicologia. Non a caso era stato coniato dai padri della tradizione il motto: “Chi troppo vuole, nulla stringe”. E lo seppe bene la sua compagna.

Qualche sera dopo, all’appuntamento sulla circonvallazione, ci fu la prova del 9, che risultò puntualmente  positiva e l’uomo ne gioì e tornò quello di prima: saccente e padrone.  Alcuni mesi dopo si lasciarono senza dirsi una parola.

Una sera dopo il matrimonio, Ottavio, in vena di scommesse e preso dal suo sconfinato narcisismo, disse a suoi amici di turno: “Venite con me ora vi faccio vedere come si conquistano le donne!”. Un’affermazione, quest’ultima, che aveva un veritiero fondamento. Qualche sera prima, girando con la sua auto, aveva intravisto lungo il viale della Stazione, la Eufrasia. Non a caso, assieme ai due compagni, si diresse a piedi proprio in tale zona con la speranza di rincontrare la donna. Un quarto d’ora dopo furono sul posto e s’incamminarono sull’ampio marciapiede di sinistra in direzione Nord.

Ad un tratto di contro incrociarono la donna che si trovava in compagnia con un militare di leva. Nonostante questo, Ottavio si avvicinò subito a lei, sicuro di sé e incurante dell’altro. Elvira, vistolo, salutò con gioia il nuovo arrivato, abbracciandolo,  e nel contempo congedò il suo  compagno occasionale. Quindi, si inserirono nella fila del passeggio. Lei chiese subito “Sei contento del matrimonio?”. Lui sorvolò la domanda e chiese a sua volta che facesse di bello. Poi , come fiumi in piena, si misero a discorrere senza interruzione alcuna.

Ogni tanto, lui si girava e vedeva che gli amici venivano dietro. A questo ci teneva tanto, perché i due non dovevano fraintendere e testimoniare il vero se domani se ne fosse stato bisogno. Così tirarono su e giù una serie di solchi.

Lei di tanto in tanto stringeva il braccio di lui, ma costui restava freddo e distante, perché il suo scopo non era la riconquista della donna, abbandonata parecchi mesi addietro, ma la scommessa con gli amici. Era trascorso più di un’ora.

L’orologio numerico segnava le 22.00. Ottavio, stava per troncare il discorso. Ma non fece in tempo, fu lei a dirgli “Accompagnami a casa!”. E si avviarono, mentre gli scommettitori li seguivano a distanza. Arrivati sotto l’abitazione si fermarono l’uno di fronte all’altro, in attesa di una iniziativa.

Ottavio, l’abbracciò, dicendo in un soffio: “Ora è tardi, ci vediamo domani sera!”. Lei, che si aspettava ben altro dire, rispose “Ok!” e si allontanò”. Raggiunto gli amici, ricevette con gusto  e stupore i  loro sperticati complimenti. “Le donne segnate dall’amore  non si rassegnano mai all’abbandono!”, sentenziò tra sé e sé l’uomo.  

       

 

 

 

         

 

 

 

 

 

Di Antonio Del Vecchio

Giornalista, scrittore e storico. Ha al suo attivo una cinquantina di pubblicazioni su tradizione, archeologia e storia locale.

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