Una immagine di Antonio Del Vecchio mentre raccoglie i funghi negli anni '80.

Andar per funghi è bello! Lo sarà tra non molto in autunno inoltrato, allorché il tempo diventerà umido ed uggioso.

Tanti anni fa, erano pochi i raccoglitori in paese. Non c’erano corsi appropriati o l’apposito tesserino per riconoscerli ed essere definiti, nel contempo, intenditori. E questo perché nella massa del popolo c’era tanta ignoranza sulla loro commestibilità. Anzi, si aveva paura di mangiarli. E questo non a torto, perché si raccontava che, pochi anni addietro, erano morte alcune persone per averne gustato qualche minestra. Si diceva che erano funghi di paglia, cresciuti in grande quantità nei dintorni delle “mete”, ossia quelle alte cataste di paglia, costruite a regola d’arte per accumulare e conservare nei pressi delle masserie, quell’oro bianco, necessario per alimentare qualche forno o per sfamare e mantenere caldi gli animali durante i mesi freddi.

Qui, per via del caldo umido i funghi ‘bianchi’ ossia i prataioli o champignon che dir si voglia crescevano a iosa e tutti ne mangiavano, contadini esperti e non. Qualcuno di loro, si azzardò a portarli persino in paese, per regalarli o per mangiarli in famiglia . Ne morirono una decina. Tra questi c’era anche una giovane e bella nobildonna, che ne aveva ricevuto in regalo una modesta quantità. Tanto che li fece cucinare subito dalla serva e li mangiò spensierata, perché il donatore era una persona fidata. La mattina seguente fu trovata morta nel suo letto al palazzo dell’arco. Da allora fu coniato dai soliti saputelli del posto il proverbio “i funghi non si regalano mai, anche quando sono o si ritengono buoni…”.

Tra i prataioli spesso vi sono confusi anche funghi tossici e velenosi. Il riferimento è al cosiddetto fungo Amanita. A questo genere appartengono sia le specie di funghi velenosi più mortali che esistano, sia quelli buoni come la “caesarea”, il fungo considerato unanimemente come migliore commestibile tra quelli europei. Di questi ora è proibito raccogliere l’ovolo buono sia perché ne distrugge la specie, sia perché può essere confuso con quello di tipo velenoso, che ha il cappello sempre bianco e talvolta scheggiato da verrughe o di altro colore, mentre nella “caesaria” il colore prevalente è il giallo sbiadito. Ma di questo e di più lo sanno solo i micologi.

In montagna i cercatori si contavano sulle dite di una mano. Per di più fino agli anni ‘80 bastava spostarsi di alcune centinaia di metri dalle ultime case per farne incetta in quantità e soddisfare il bisogno di un’intera famiglia. Ci andavano però solo i coraggiosi, gli altri temendo l’avvelenamento, si tenevano ben lontani dal farlo. Sotto o vicini ai lecci e alle querce si trovavano e si trovano anche i porcinelli, alias leccini rossi , alquanto simili ai porcini con cappello marrone – rosaceo e spugna giallastra come la pasta. Altresì, sotto le foglie secche dei medesimi arbusti si celano i gallinacci o galletti, di colore giallo e un po’ simili ai cardarelli. Entrambi sono gustosi e ricercati. I porcini veri e commestibili bisogna, invece, andarli a cercare a bosco Iancuglia (a tre chilometri e passa dal paese).

Alla fine degli anni ‘60 chi scrive diventò un accanito conoscitore e cercatore di funghi. Ci si andava come ci si trovava, anche con abito di festa o in doppio petto (vedi foto) con canestro o senza, ma mai con la busta di plastica (Il cui boom avverrà negli anni venturi). Con la mia prima automobile, una Mini “Morris” 850, giravo in lungo e in largo il Promontorio, alla ricerca del gradito alimento. Da solo e accompagnato, quasi sempre da belle ragazze.

Anzi, una volta giocai loro un brutto e sadico scherzo. Le protagoniste – vittime si chiamavano Rachelina, Enza e Maria. Non appena invitate salirono a bordo e ci avviammo sulla provinciale. Da subito lanciai l’automezzo a cento all’ora come cantava il Gianni nazionale, ma dopo qualche chilometro lasciai di botto l’acceleratore e l’auto dapprima sbruffò e poi si spense. Provai con insistenza a riaccenderla, ma nulla da fare. A questo punto invitai le ospiti a scendere e a spingere. Così fecero.

Dopo pochi metri il mezzo partì, ma le soccorritrici non se ne accorsero, inesperte com’erano di macchine e motori, continuarono l’opera con l’allegria e la forza dell’età. Intanto, io me la ridevo, per il loro sforzo inutile. Feci un chilometro tutto in salita, mentre dallo specchietto retrovisore, notavo e nel contempo vedevo le mie amiche sbruffare ed imprecare con i volti pieni di sudore. Ad un certo punto decisi di bloccare l’auto e di confessare ad esse la verità. Non appena seppero, mi piombarono addosso, dandomele di santa ragione sino a riderne anche loro, ritenendomi pur sempre un amico vero e quindi da sopportare puntualmente in ogni evenienza.

Fu in quel periodo che cominciai a conoscere e a mangiare ogni tipo di fungo da prato. Preferiti erano e sono i cardarelli, detti tali perché solitamente crescono tra i cardi piccoli, quando diventano secchi. Gli stessi quando sono verdi costituiscono una specialità che si mangia a Pasqua con l’agnello. l cardarelli hanno un cappello con dimensioni varie. Hanno colori molto variabili che vanno dal bianco grigio al marrone scuro. Le lamelle, dapprima bianche ed in seguito grigiastre, sono fitte e decorrono sul gambo.

Di questi tipi di funghi ve ne sono diverse specie non solo sul Gargano, ma anche nel resto della Puglia. Tra l’altro, il cardoncello che cresce nei pressi delle ferule secche è assai ricercato nelle Murge baresi, specie ad Altamura. Nei nostri prati si trovano anche le cosiddette mazze di tamburo, chiamate anche ombrelloni. Le stesse sono ritenute funghi chic.

Dalla fine degli anni ‘90 la raccolta dei funghi epigei spontanei è subordinata al rilascio, da parte dei Comuni, di apposito permesso nominativo regionale, Il permesso abilita alla raccolta su tutto il territorio della Regione ed è rilasciato ai raccoglitori professionali e occasionali che abbiano frequentato e superato appositi corsi di formazione. Questo serve anche per combattere la raccolta selvaggia di questo importante e ghiotto alimento dell’uomo, definito dagli antichi il cibo degli Dei.

Di Antonio Del Vecchio

Giornalista, scrittore e storico. Ha al suo attivo una cinquantina di pubblicazioni su tradizione, archeologia e storia locale.

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