Dopo il successo di critica e di pubblico conseguito in quel di Bari, il 13 marzo u.s., il romanzo autobiografico di Katia Ricci Controra”, ispirato , come noto, in tutto e per tutto alla famiglia e al suo paese d’origine, Rignano Garganico ritorna a far parlare di sé.

Questa volta, lo fa con la riscoperta dei giochi infantili, quelli in larga parte scomparsi con l’avvento dei cellulari e dei computer. Ad emergere nella memoria della scrittrice sono, infatti, i giochi dell’infanzia, quelli appunto messi in atto dai bambini e ragazzi dell’epoca proprio alla “Controra”, ossia nel primo pomeriggio, quando i genitori e gli adulti in genere, se ne stavano rintanati nelle case, per sfuggire al micidiale caldo estivo e nel contempo per fare il pisolino.

Allora i bambini, quelli che, incoraggiati dagli stessi genitori, forse per rimanere soli, si precipitavano a gruppi famigliari o amicali nelle strade più o meno assolate per trastullarsi con qualche gioco innocente. Tra le bambine, i preferiti di solito erano quelli della “campana e dei “cinque sassolini”.

C’era, poi, il gioco dei meloni, a sesso indifferenziato. I bambini si mettevano, seduti l’uno dietro l’altro a cavalcioni, recitando l’apposito ritornello – filastrocca “lu melone” si cullavano dall’uno all’altra parte, sino a quando smettevano stanchi o annoiati.

Di solito il gruppo dell’interessata si intratteneva sotto la scalinata di Maria Rosa, la sarta- merlettaia che vendeva un po’ di tutto, compresi i sassolini di cui si dirà. Per di più l’anzidetta scalinata, essendo ben messa serviva anche per fare li “pilacche”, ossia lo scivolo a saltelli, salvo le sgridate della proprietaria, anch’essa interessata al “silenzio – riposo” pomeridiano.

Per saperne di più sull’argomento, eccovi di seguito lo scritto del libro: “…Uno dei giochi era quello delle cinque pietre che una vicina di casa, Maria Rosa, vendeva nella sua piccolissima e povera merceria in casa sua. Faceva anche la sarta e quando soggiornava a Manfredonia presso una signora per lavori di cucito, raccoglieva sulla spiaggia i sassolini più lisci e rotondi, che poi vendeva per pochissime lire ai bambini di Rignano. Ogni bambina (era un gioco che soprattutto le bambine facevano) lanciava in aria i sassolini secondo alcuni movimenti codificati, prima uno, poi due, e così via fino a cinque, che doveva riuscire a prenderli a volo tutti insieme…”.

L’altro gioco, di soli maschietti, si svolgeva nelle vicinanze sul “liscio” (pavimentazione liscia di cemento) dello stabile di un negoziante di generi alimentari. Tutti provvisti di carrozzella di legno grezzo dotate di ruote a cuscinetto, di solito ricavato da residui bellici, ci si metteva a scarrozzare a più non posso con tanto rumore ed allegria.

Lo si faceva sino a quando non s’intravedeva all’angolo di strada l’interessato che, tutto infuriato e con una scopa in mano ci sgridava a più non posso “basta basta, andate via a fare rumore altrove!” In un attimo ci disperdemmo tutti con nostro dolce fagotto sulle spalle.

Da allora l’importunato fu da noi soprannominato “rumore di carrozza”. Soprannome che il galantuomo si portò addosso sino alla morte. Forse a torto, perché con noi piccoli nei momenti di calma sapeva essere buono e ci regalava caramelle e biscottini a forma di animali vari.

Di Antonio Del Vecchio

Giornalista, scrittore e storico. Ha al suo attivo una cinquantina di pubblicazioni su tradizione, archeologia e storia locale.

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