Ora che la “zita” è andata sposa, tutti la vogliono ossia hanno da dire qualcosa, ma non chi l’ha seguito passo passo e ne ha ricostruito ricerca dopo ricerca, intervista e quant’altro l’esecuzione, quasi finita, del nuovo Monumento ai Caduti di Piazza San Rocco.

L’unico cambiamento avvenuto riguarda il solo involucro, cambiato in meglio: non più cemento armato del tipo del ponte di Genova, malamente caduto per incuria degli uomini e della materia prima usurata, bensì da una lastra di pietra del Gargano, apprezzata in tutto il mondo, che ne eternerà il contenuto: l’altorilievo di Postiglione, la lapide dei Caduti della II Guerra Mondiale (rettificata in toto) ed ogni altro arredo ed abbellimento , contenuti nella precedente struttura e i dintorni abbelliti con pietre fine e verde, senza più pericolo di essere inquinato da depositi inopportuni. In più ha visto ricostruito tutta la storia, ricordando gli antichi amministratori e cittadini che l’hanno voluta. Una storia che sarà preservata e raccontata alle generazioni future da chi di dovere, scuola in primis. Riservandoci di intervenire con dati tecnici più precisi ad horas, eccovi di nuovo l’articolo sul tema pubblicato in tempi recenti sulla presente testata e su altre, a firma di chi scrive:

“É di Postiglione l’altorilievo sul Monumento abbattuto, a Rignano Garganico(storia) Per evitare che la memoria sul Monumento ai Caduti continui a disperdersi, ecco il resto della storia sull’opera distrutta. Tutto cominciò nel 1967 con una raccolta popolare di fondi, sostenuta con ogni probabilità dalla locale e agguerrita sezione dell’Associazione Combattenti e reduci, capeggiata da Matteo Fania (19212004 ), ex combattente della II Guerra Mondiale e impiegato comunale di lungo corso, coadiuvato spesso dal reduce (ex-carabiniere) Francesco Palladino (1920 – 2004)che ne continuerà negli anni successivi, con la medesima veste e zelo, l’opera di sensibilizzazione e di tutela del monumento.

Sulla stessa scia si mosse pure l’Amministrazione Comunale, guidata per la seconda legislatura da Luigi Gabriele Draisci che dopo averne deliberato la decisione in consiglio comunale e svolto le operazioni di appalto, nel dicembre 1968, affidò – mediante regolare contratto – l’incarico della fornitura del materiale occorrente a Giovanni PostiglionePietre e Marmi” di San Severo. Tanto, al prezzo di due milioni delle vecchie lire. Il contratto, redatto dal segretario Carmine Tantimonaco, fu sottoscritto oltre che dal primo cittadino, da Matteo Azzarito, delegato per procura dal Postiglione, forse impedito dagli acciacchi dell’età o da qualche malattia.

Non a caso l’interessato (1900-1992) era il primogenito di Vincenzo, appartenente ad un ceppo della nota famiglia napoletana di artisti della pietra e del marmo, trasferitasi a fine Ottocento a San Severo, nonché padre di undici figli, tra i quali Salvatore (1906-1996), grande scultore ed insegnante di arte vissuto e deceduto a Foggia. Di lui ci resta un catalogo delle opere con annessa biografia redatta da Gaetano Cristino, illustre e versatile critico d’arte del Capoluogo.

Giovanni, come il fratello minore di venti anni Mario, docente di arte ed artista pure lui, vissero ed operarono nella città dell’Alto Tavoliere. Qui spesso gli stessi si vedevano nel laboratorio di “Pietre e marmi” di via Zannotti a concertare sulle opere del momento. In qualche caso era presente pure Salvatore – ci fa notare la nipote – docente di Educazione artistica in pensione e figlia di Mario. La stessa ci riferisce che lo zio titolare dell’azienda spesso amava vantarsi scherzosamente che per un pelo era sfuggito alla chiamata – partecipazione alla I Guerra Mondiale. Lo fu in virtù di uno stratagemma e grazie all’intervento della ‘mammana’ di turno (levatrice compiacente). Infatti, lo stesso, seppure nato in uno degli ultimi giorni dell’anno 1899, fu registrato all’anagrafe il tre di gennaio del Novecento.

La nostra interlocutrice, intanto, interpellata sul caso, aveva ipotizzato in un primo tempo che anche nel caso dell’altorilievo ci fosse stato una collaborazione tra fratelli, con la presentazione da parte di Salvatore di un vero e proprio bozzetto, su cui avrebbe poi continuato a lavorare Giovanni, il titolare della bottega. Da qui la mancanza della firma, come spesso accade per le opere di gruppo o di scuola. Ma le cose pare che non siano andate proprio così. Ad escluderlo sarebbe stato pure Enzo, il figlio di Salvatore, che del padre conosceva vita, morte e miracoli.

Pertanto al di là della firma, si ha di fronte una pregevole opera d’arte, che fa salire su non solo il valore venale di essa, ma anche il ricordo e la necessità di conservarne concretamente la memoria. Riprendendo il discorso di cronaca, va evidenziato che il Comune da subito s’impegnò a realizzare l’involucro in cemento armato, deliberando in merito ed impegnando in bilancio la somma di due milioni di lire. Postiglione, oltre alle lastre di marmo per il rivestimento, fece recapitare in loco anche l’arredo occorrente, compreso l’alto rilievo raffigurante un gruppo di soldati all’assalto con la baionetta, tipica dell’epoca.

Essendo, quest’ultimo, privo di firma, si presumeva che fosse stata realizzato in gruppo o scuola, seguendo le orme artistiche e scultoree dei Postiglione. Niente affatto! Sia la figlia di Mario, sia suo cugino Enzo, figlio di Salvatore, dopo aver visionato e osservato con attenzione l’opera, ad un certo punto hanno convenuto che quel monumento, realizzato dal laboratorio di Giovanni Postiglione, non sarebbe altro che un valido manufatto, il cui progetto non è attribuibile ai suoi fratelli Mario e Salvatore, ma a lui stesso, ottimo e stimato artigiano qual era, sollecitato spesso durante il suo lavoro dal ‘fanciullino creativo’ che aveva dentro di sé al pari di ogni altro componente della famiglia, come i suoi autorevoli fratelli sopraccitati.

L’involucro in cemento armato come pure la posa in opera del materiale fu effettuata in toto da una ditta locale, a cui si riconobbe grande merito e riconoscimento per l’impegno e la qualità profusi. Il riferimento è all’imprenditore Luigi Vigilante (1935 – 2014), coadiuvato dai fratelli minori Nicola (1939 – 2011), Leonardo (1948). I primi due scomparsi. Luigi e fratelli, in quegli anni stavano costruendo nella zona nuova di San Rocco, i palazzi più belli e moderni del paese. Nel frattempo, Luigi, per via del suo fortunoso attivismo, diventò uomo politico della DC dei Martelli/ Draisci. Il secondo lo chiamò in giunta, affidandogli un assessorato che conserverà per lungo tempo, grazie alla sua onestà ed altruismo. Valori, questi ultimi, trasmessigli, a suo dire, dal padre ex-carabiniere, verso il quale provava una profonda venerazione. “Sono qualità – sottolineava – che abbiamo ereditato un po’ tutti i figli”.

In seguito, i fratelli per via di cambiate condizioni di vita e di lavoro, scelsero altre zone di residenza. Ma lui non si arrese mai e continuò il mestiere sino alla fine degli anni ’90. Tra le opere pubbliche cui Luigi offrì il suo consenso – contributo, sono da evidenziare il gruppo ligneo della Madonna del Carmine di Nick Petruccelli. Spetta a lui il merito di aver reperito nella vicina zona montana e fatto recapitare all’artefice citato, la materia prima, ossia il tronco di un vecchio noce, ovviamente d’accordo con l’allora parroco Don Pasquale Granatiero, che ne fu il mentore principale.

C’è, poi, il Monumento sopraccennato, di cui seppe prima di morire del suo completamento con la posa in marmo sul fronte del medesimo dei nominativi dei 23 Caduti rignanesi della II Guerra Mondiale sopraccennato, estrapolato come già scritto dal volume sul tema “Io parto non so se ritorno” e ne fu felice. In quell’occasione ci fu recapitata una foto raffigurante lui (a dx) e il fratello Nicola (a sx), scattata durante i lavori di costruzione dell’opera in menzione, di cui andava fiero (vedi foto)”.

N.B. Nella foto la piazza con il nuovo monumento.

Di Antonio Del Vecchio

Giornalista, scrittore e storico. Ha al suo attivo una cinquantina di pubblicazioni su tradizione, archeologia e storia locale.

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