Qualche giorno fa è venuto a mancare in quel di Milano, Angelo Fischetti, grande avvocato e compagno stimato da tutti i suoi coetanei durante l’infanzia e la prima gioventù, vissuta in paese. Lo era per la sua empatia sconfinata e la sua costante allegria, nonché per i suoi scherzi fatti o subiti. Eccone qualcuno, a lui ispirato, ben descritto nel romanzo verista di chi scrive “Ritratto del giovane Ottavio / Racconti garganici“, 2020.

Scherzi di fame arretrata / Al ginnasio, tra i compaesani non c’era distinzione di età e di scuola. In attesa della partenza del pullman Sita delle ore pomeridiane, a gruppi più o meno affiatati ammazzavano il tempo, in parte impegnati a giocare a pallone, rimediato alla meglio, in mezzo al piano, per il resto ci si
intratteneva nella Villa Comunale, l’oasi verde di alberi secolari e di aiuole colme di fiori variegati. Qui si bivaccava seduti o distesi all’americana sulle capienti e comode panchine in pietra. Si giocava all’oca o ai dadi. Si chiacchierava o si bisticciava per un qualsivoglia motivo. Qui si faceva fronte ai morsi della fame con misere cose, di solito un pezzo di pane raffermo e per companatico la stessa scorza.

Raramente si ricorreva al panino da’Briéle’ la Cooperativa’. Panino di solito condito con mortadella, perché non sempre avevano i soldi necessari, per l’acquisto di salumi più raffinati. E questo, data la povertà estrema e l’assenza di lavoro che regnava ovunque. Briéle era un uomo maturo assai simpatico e soddisfaceva in tutto le nostre esigenze, compresi i consigli paterni. Talvolta egli affrontava il tema con sfottò, a cominciare da una fotografia, che teneva esposta in vetrina, a mo’ di scherno. Si trattava di un
certo ‘Nucènzie’ (Innocenzo), lo scemo del paese, la cui origine e nascita veniva attribuita al paese vicino, dove viveva, e non a Jana, dove, invece, aveva emesso per davvero i primi vagiti e vissuto l’infanzia e l’adolescenza. Anzi, se n’era andato, non sopportando più gli scherzi malvagi dei suoi compaesani.

Tra gli affamati c’era pure Mimmo, orfano assieme a suo fratello di un morto in guerra, anzi di un disperso in Russia, di cui non si erano avute più notizie, nonostante le intense ricerche condotte in ogni dove e sede dalla vedova e da altri parenti. Il nucleo famigliare campava con il sussidio della pensione, che bastava a malapena a sfamarli. Figuriamoci, quando il capo famiglia si era assunto l’onere di fare studiare il figlio minore, con la speranza domani di ottenere per lui, grazie al pezzo di carta (Licenza) il fatidico posto fisso presso un Ente pubblico. Obiettivo che non sarà mai raggiunto, anche perché successivamente l’interessato sarà costretto a ritirarsi dagli studi per via di un forzato trasferimento in altra realtà.

Mimmo, come pure tutti gli altri compagni, avevano superato di alcuni anni l’età della frequenza ordinaria. Pertanto, erano già avanzati adolescenti. Tra questi, facevano eccezione i figli delle famiglie bene, che ovviamente non avendo perso alcun anno di scuola, frequentavano le Superiori, come nel caso di Angiolino, l’altro protagonista dello scherzoso episodio, che si sta per raccontare. Erano circa le 14.00, allorché, usciti da scuola, la comitiva si ritrovò in Villa, come gli altri giorni, chiassosa e spensierata, ma soprattutto affamata a prescindere dalla condizione economica di ciascuno. Perciò, prima di darsi alla pazza gioia, si misero a sbocconcellare ciascuno il loro pane quotidiano. Più in là, in disparte, forse per egoismo, ossia per non far notare la sua ‘crascia’ (abbondanza) si sistemò Angiolino con il suo fettone di
‘panesine’ (panetta piccola da chilo fresca ed odorosa di semola) e uno grosso spicco di caciocavallo stagionato al punto giusto e leggermente piccante (ossia cagliato con lievito di capretto).

Va detto subito che il ‘panesine’ completava il carico settimanale di pane di ogni famiglia, per lo
più composto da pagnotte fino a cinque o sei chili cadauna. Era il pezzo solitamente più tenero e fresco della portata. Perciò era il più appetito, soprattutto da parte dei bambini e degli anziani, che non godevano di una buona dentatura, ma qualche volta anche degli adulti di famiglie facoltose,
che non badavano a spese, quando si trattava di mangiare bene.

Cosicché, il ricco giovanotto di cui sopra, ben vestito e pieno di salute, continuava a masticare, gustando lentamente boccone, dopo boccone la sua leccornia.Faceva e godeva dell’invidia altrui. Tutti quanti gli altri componenti la comitiva lo guardavamo sottecchi, qualche volta distratti, qualche volta invidiosi. A Mimmo un po’ di più. Infatti, gli occhi uscivano quasi fuori dalle orbite, per il desiderio – invidia che man mano gli cresceva dentro, mentre guardava l’altro rosicchiare, con il fare sfottente di ragazzo viziato,
il pasto della giornata. Le altre volte, alternava il companatico con la stecca di cioccolato fondente, con la frittata o con alcuni capi (pezzi) di salsiccia o soppressata stagionate in proprio.

Ad un tratto il figlio di vedova, non potendone più, sialzò di scatto e piombò come una saetta sul malcapitato compagno. Si girò e, seduta stante, sparò sul resto del caciocavallo una delle sue vantate scorregge, non si sa se vera o per finta. Il proprietario, indispettito e un po’ sorpreso si scansò subito dal luogo incriminato, gridando “Non ne voglio più…, non ne voglio più…!”. Imperturbabile, Mimmo, afferrò il gustoso pezzo e lo intascò con avidità. Quindi, anche lui si mise in disparte e divorò la preziosa refurtiva alimentare, assaporandone il gusto mollica dopo mollica. Un gesto, quest’ultimo, che nessun tribunale potrà mai condannare, perché compiuto per fame.
Un similare comportamento lo ebbe anche il sindaco newyorchese, il foggiano Fiorello La Guardia. Infatti, si racconta che, un certo giorno, le sue guardie del corpo gli portarono di fronte uno squattrinato ed affamato poveraccio. Era stato sorpreso presso le dispense della casa, intento a rubare un pezzo di pane. Egli, dopo averlo guardato fissamente negli occhi, lo congedò, dicendogli: “Puoi andare, ringrazia Dio per il pane quotidiano!”. Il gesto fece il giro del mondo, pervenendo sino a noi.

Tanto valse anche per Mimmo. In futuro non gli mancherà mai niente, grazie al suo indefesso lavoro e dinamismo, esercitato durante i suoi mille
ed intraprendenti mestieri…”

N.B. Ora saputo della sua scomparsa, anche Mimmo, lo piange con tanto affetto, ricordando ad un uno ad uno tanti altri episodi di vita vissuta in paese, assieme a lui. Chi scrive, che lo vide più volte all’Università di Napoli, quando lui frequentava Lettere e l’altro Legge. Non a caso nel citato romanzo, Angelo, conosciuto in loco con il nome di “Ninnillo”, soprannome datogli in senso dal padre Matteo, valente medico, sin da bambino, come pure il fratello maggiore, Pasquale, scomparso l’altro anno, bravo oculista in quel di Foggia e di Urbino. (Non a caso il termine tradotto in garganico, significa, appunto, bambino) fu protagonista di un altro capitolo. In vista degli esami ginnasiali, entrambi, per sfuggire alle distrazioni, decisero di andare a studiare in una casa di periferia ex-nova del nostro scrittore. Ad ogni fine lezione su questo o quell’altro problema facevano le prove del loro sapere. Si studiava Leopardi e i suoi Canti. Puntualmente “Ninnillo” dimenticava il più noto “Gallo silvestre“. A questo punto, il compagno gli suggerì per indurlo a ricordare meglio: “Che si mangia al Ferragosto”. Ed egli prontamente: il Galluccio al ragù. L’altro, anziché “Gallo” ripeteva “Galluccio Silvestre“. Così fu pure agli esami. Ed è tutto su “Ninnillo”, classe 1942, pianto e compianto da tutti i rignanesi coetanei e non. Addio, Ninnillo, i tuoi compagni di banco e di gioco non ti dimenticheranno mai! La redazione della presente testata esprime alla famiglia la sua più stretta vicinanza.

Di Antonio Del Vecchio

Giornalista, scrittore e storico. Ha al suo attivo una cinquantina di pubblicazioni su tradizione, archeologia e storia locale.

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