È questo il titolo dell’ultimo capitolo del libro “Rignano Garganico tra pietre e segni della storia”, giunto alla sua terza edizione. In esso si parla dei Portali del Borgo antico e di quelli dei fabbricati signorili delle masserie sottostanti, nonché di pagliai e macere che segnano in lungo ed in largo l’intero territorio montano. Ne sono autori chi scrive e un giovane architetto del posto, accanito ricercatore di siffatti manufatti, scoprendone persino delle affinità con quelli delle vicine regioni Molise e Abruzzo,, dove egli da qualche tempo vive ed opera.

Tra Capitanata e Abruzzo-Molise il legame è assai stretto ed antico. Lo è da tutti i punti di vista, per via di storia, tradizioni, e per alcuni secoli anche di economia. Il riferimento è alla transumanza, nota anche come mena delle pecore che aveva come fulcro amministrativo il Capoluogo dauno con l‘istituto della Dogana, ospitata prima a Lucera e poi nell’omonimo Palazzo vanvitelliano in Foggia. Monumento, quest’ultimo, giudicato coralmente come segno distintivo per antonomasia della sua storia e civiltà.

La Dogana è un istituto giuridico fondato dagli Aragonesi nel 1447 per amministrare il grande pascolo che comprendeva l’intero Tavoliere, salvo poche terre destinate a colture intensive come il grano ed era strettamente collegato al resto della Puglia e delle regioni vicine e a loro volta ai territori montani dell’Abruzzo e del Molise mediante piste, detti tratturi, tratturelli e bracci, che si sviluppano per circa 1360 km. I primi erano larghi 111 metri e lunghi a secondo dei luoghi di destinazione. Il più lungo, di 244 Km, era quello che congiungeva l’Aquila con Foggia. Sfociava nei pressi della Porta grande, là dove sorge l’obelisco – ricordo. Le altre arterie servivano a collegare le varie zone.

Ciò comportava il passaggio – pascolo di milioni e milioni di capi di bestiame, che svernavano da ottobre a primavera nella zone calde, compreso il Tavoliere e per il resto dell’anno nelle anzidette zone montane. Il fenomeno fu chiamato, come accennato, transumanza. Il governo della Dogana durò fino al 1806, allorché il regime fu abolito da Murat e trasformato in catasto.

Il Tavoliere, a sua volta, era suddiviso in locationi, ossia isole amministrative, attraverso le quali amministrava il fitto dei latifondi costituito da poche estensioni di di terre coltivate e in gran parte di sconfinati pascoli. Qui, durante i mesi invernali, solitamente da ottobre a maggio svernavano uomini ed animali. Una delle più estese ed ubertose era la Locatione detta di Arignano, che assommava diverse migliaia di ettari situate in gran parte nella piana sottostante che si estendeva da Ciccalento sino ai confini di Apricena, confinando a Nord con il Gargano e a Sud con demani di solito in mano a feudatari.

Durante lo stazionamento invernale degli animali i pastori si avvalevano di ricoveri stabili, detti poste. E questo non solo poter dormire e mangiare, ma anche lavorare il latte e assolvere alle altre incombenze quotidiane. C’erano poi ricoveri in muratura più estesi e compositi, detti capoposte, cui si ricorreva per l’esercizio del commercio e dell’approvvigionamento, come il forno per il pane, vestiario, ecc. Una delle stazioni più importanti di questo genere era quella di Villanova, sotto il paese, rimasto un sito importante di commercio e di ritrovo anche dopo l’abolizione della Dogana fino ai nostri giorni. Sino agli anni’50 nei dintorni si intravedevano i ruderi delle fosse di grano.

Non a caso i feudatari di Rignano avevano il duplice titolo nobiliare di barone – marchese di Rignano e Villanova. Qui si vendeva anche la carne degli animali colpiti da malanni, detta mortacina, sotto la stretta sorveglianza delle guardie doganali. Carne che per conservarla si conciava – marinava a musciska, ossia condendola prima con le erbe aromatiche del luogo e poi fatta essiccare. Ed è per questo che in paese si celebra annualmente una vera e propria sagra sul tema molto apprezzata e frequentata dai turisti.

I pastori abruzzesi e i loro padroni non erano solo esportatori di usanze, ma anche importatori. Ed è per questo che tra l’uno e l’altro popolo ci fu durante questi secoli uno scambio continuo di esperienze, non escluse quella linguistico ed artigianale, come dimostra il dialetto. C’è di più. La comunione tra Abruzzo-Molise e il nostro territorio è significato anche dai possessi e dall’influenza di casati nobiliari e di proprietari in genere. Il riferimento è ai marchesi Cappelli, quelli del famoso senatore del Regno che diede il nome all’altrettanto famoso grano, detto appunto senatore, sperimentato, oltre che alla contrada Paglia (attuale Tre Santi) ad Est di Borgo Mezzanone, anche nel nostro territorio.

Il riscontro della loro presenza ed attivismo si ha con le masserie detta Cappelli in contrada Mezzanagrande, appunto, e Cappelluccio in quella di Saldoni sulla direttrice per Rignano Scalo (ex- stazione ferroviaria). Nella prima esiste un palazzotto antico con Cappella e portale di stile barocco che riflette chiaramente la sua età ed origine. Tant’è che uno degli ultimi rampolli della nobile famiglia, Alfonso Castiglione di Penne, negli anni ‘80, aveva in mente un suo eventuale restauro per riportare il fabbricato ai fasti del passato, semmai trasformando il tutto in un appetito agriturismo. Nelle campagne vicine vi sono anche altri proprietari abruzzesi, ad esempio i Terrenzio di Villanova, che hanno anch’essi nei pressi dei fabbricati una costruzione lapidea antica, tutta da rileggere.

L’anzidetto studio comparato si spiega così anche sul fronte del lavoro della pietra e delle costruzioni. Da qui la necessità di documentare ulteriormente il lavoro precedente con la selezione e raccolta del materiale che segue, ben scelto ed analizzato dal coautore architetto, che non solo non si discosta dai portali e dagli altri beni lapidei raccolti in paese o nelle masserie, ma ne costituiscono un ulteriore arricchimento conoscitivo.

Intorno alla Dogana si venne a formare un’attivissima scuola di agrimensori, per la necessità di assegnare con precisione una porzione dei pascoli soggetti al regime dell’istituto doganale ai “locati”, cioè ai pastori che ne avessero fatto richiesta dietro pagamento di una quota annuale detta “fida”. Si sviluppò così una cospicua tradizione di studi, che si interruppe, come già scritto, solo agli inizi dell’Ottocento con soppressione della Dogana.

Della rilevante attività degli agrimensori, detti “compassatori”, che operarono in funzione della Dogana, si conservano nell’Archivio di Stato di Foggia molte testimonianze in diversi migliaia di fascicoli. Tra i più famosi agrimensori, troviamo appunto Antonio e Nunzio Michele, autori di un vero e proprio atlante illustrativo delle diverse locationi, compresa quella di Arignano.

Il libro serve anche come base di un corposo progetto di riforma della montagna di Rignano, che punta non solo a recuperare i citati pagliai e macere, nonché sentieri ed altri percorsi campestri, ma di pervenire dopo anni di parcellizzazione ed abbandono dei fondi da parte dei rispettivi proprietari, alla riunificazione e gestione degli stessi previo la nascita di un consorzio pubblico-privato con capofila l’Ente comunale, proprietario di circa seicento ettari di terreni, in parte boschivo.

L’insieme, che ammonterebbe grosso modo a più di tremila e cinquecento ettari (esclusi oliveti e masserie del primo gradone) potrebbe essere dato in fitto ai pastori ed allevatori esistenti e ad altri richiedenti. Di conseguenza se ne accrescerebbe l’economia, casearia ed altro, scaricando così di ogni spesa e contributo fondiario e consorziale, i titolari di ogni singolo fondo, mentre i soldi ricavati dal fitto potrebbero essere destinati al recupero e alle migliorie, senza aspettare più l’arrivo di fondi statali ed europei , che di solito non arrivano mai.

N.B. Il presente articolo è già stato pubblicato alcuni mesi or sono, suscitando l’interesse di tanti cittadini e lettori in genere.

Di Antonio Del Vecchio

Giornalista, scrittore e storico. Ha al suo attivo una cinquantina di pubblicazioni su tradizione, archeologia e storia locale.

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