Napoli, Via Mezzocannone

Tornato a Napoli, decisi di sostenere almeno tre esami. A pensione stavo con il mio amico-compagno Guido, uno sgobbone di prima classe. L’alloggio si trovava nei pressi dell’Orientale. Il mio amico, che si trovava qui da diversi mesi, non usciva quasi mai, neppure per un caffè al Bar del Corso o in Via Mezzocannone.

Era totalmente assorbito nello studio di latino,materia assai ostica, forse più del greco. Non a caso il biennio in questa materia l’aveva già concluso con la media di 24 su 30. Di lì a poco, doveva, invece,  sostenere il primo esame dell’altra disciplina classica. La prova orale era affidata al solo titolare di Lingua e Letteratura Latina, Francesco Arnaldi, un professorone all’antica, che bocciava senza pietà per un nonnulla. Ed è per questo che egli era assai preoccupato e impegnato.  Per l’assoluta mancanza di ogni movimento ginnico – sportivo e neppure di passeggio, il fisico di Guido era diventato una vera e propria “balla”. Sembianza, ulteriormente accentuata dalla statura bassa. A Guido, comunque, non importava tanto l’estetica, quanto il risultato positivo a scuola. A casa la famiglia campava con il solo stipendio del padre, bidello alla scuola comunale. Stipendio che doveva bastare a mantenere, oltre a lui, altri tre germani. Un pomeriggio, mentre mi trovavo pure io piegato sui libri, venne da me il mio compagno di stanza, Rosario, studente di Giurisprudenza, originario della Basilicata.  Egli mi tentò, dicendomi: “questa sera c’è festa al Trocadero, perché non andiamo a distrarci un po’?” Si trattava di uno dei locali notturni più famosi e  costosi della città di mare. Quella sera non c’era lo strip-tease, praticato dalle più procaci artiste del momento, tra cui anche Coccinelle. Gli risposi subito: “ho pochi soldi e quelli che ho,  servono per comprare i libri!“Dai – mi rispose l’altro – lì conosco un cameriere del mio paese. Ci farà sicuramente  risparmiare”. Non convinto e combattuto da un misto tra desiderio e astinenza, cercavo di resistere, ma alla fine accettai. Così la sera, dopo aver fatto la toilètte e indossato i nostri vestiti eleganti, andammo al famoso Night club, sopra nominato. Ci accolsero due bellissime entraineuse, la prima alta e bruna, l’altra di statura più bassa, ma entrambe ben fatte. L’una si chiamava Patrizia, l’altra Katiuscia. Vicino all’orchestrina, che sciorinava ballabili a ritmo continuo, c’erano alcuni  statunitensi in divisa semi – ubriachi impegnati a scherzare con le loro partner, connazionali ed italiane. I militari erano in servizio presso il vicino campo del contingente Nato.  Ci mettemmo a ballare, in coppia fuori misura. Io che ero più basso, con quella alta,  e l’altro con la bassa. Dopo ogni ballo c’era la sosta ai tavoli. Noi a parlare e loro a bere coppe su coppe di spumante e di altro  liquore colorato, forse rosolio. Per la verità io al ballo non mi divertivo proprio per questa diversità di altezza. La mia testa si perdeva tra i suoi seni prosperosi. La stessa sensazione provò anche l’altro, costretto di tanto in tanto ad abbassarsi per toccare la medesima parte del corpo. Così continuammo per qualche ora. Gli scontrini, che lasciavano di volta in volta  camerieri, crescevano. Ad un certo punto, mi accorsi che Rosario, non visto prendeva un ciuffo di scontrini e lo metteva in tasca. Non pensammo di scambiarci le donne, temendo un loro diniego che ci avrebbe guastato la festa… Per cui cercammo di convincerle a darci un appuntamento fuori dal locale. Esse puntualmente si schernivano ridendo, perché dicevano se lo avessero fatto, avrebbero tradito i padroni del locale, pare dei marchesi. Di tanto in tanto io e Rosario ci scambiavamo occhiate complici, come per dirci, cerchiamo un pretesto per andare via presto. E questo per evitare che il conto degli scontrini si facesse ulteriormente più salato. Insomma, un’altra mezzoretta ancora, il tempo di permettere al mio compagno di avventura di prelevare e intascare altri scontrini e poi saremmo andati via di corsa. Più in là, avvisate le nostre partner, chiedemmo il conto, che arrivò subito, delicatamente piegato e posto in un piatto. Erano 110 mila lire! Una somma esosa per quei tempi. Pensate, che, per l’affitto della pensione spendevamo circa 10 mila lire al mese cadauno. Tirammo fuori i nostri soldi. Il totale, compreso gli spiccioli, assommò ad appena quaranta mila lire. Ed ora come facciamo? Ci pensò Rosario a trovare l’escamotage. Seduta stante si recò dal suo amico cameriere, per chiedere la dilazione della restante somma di settantamila lire. L’uomo l’ottenne, dopo aver confabulato per alcuni minuti con il cassiere. Quindi, Rosario, semi soddisfatto tornò indietro e disse: “risolto, andiamo!” Baciammo le ragazze, che corrisposero, abbracciandoci strettamente, e ci avviammo verso l’uscita. Una volta fuori,  ci mettemmo a correre a più non posso, in direzione del nostro alloggio, attraversando vicoli e traverse, decisi a far perdere ad ogni costo le nostre tracce. Ogni tanto l’amico si girava indietro per vedere se fossimo seguiti o meno da qualcuno. Arrivati a pensione, trafelati e un po’ delusi della bravata, ci mettemmo subito a dormire. I soldi non furono mai restituiti.  Fatti gli esami, tornai a Mercato San Severino, per continuare il mio lavoro di assistente di dopo scuola. Infatti, esercitavo siffatto compito sin dall’inizio dell’anno scolastico a favore dei collegiali di scuola media, ospitati presso il locale convento francescano. Ero impegnato solo nelle ore pomeridiane e percepivo 30 mila lire al mese più vitto e alloggio. Se la maturità classica, mi avesse permesso l’iscrizione al Magistero della vicina Salerno (10 minuti appena di corsa in circolare), di certo l’avrei fatto volentieri e senza alcun danno e fatica. Qui vissi i migliori anni della mia vita. Mi adattai subito. La cittadina si presentava moderna e ricca di iniziative di ogni genere. Ebbi molte amicizie e conoscenze, specie nell’ambiente religioso. E questo non a torto, perché la superiora della suore era una mia compaesana e mi voleva molto bene. Dirigendo la cucina, i piatti migliori erano per me. Si poteva permettere la debolezza, perché i frati pranzavano a parte, mentre io lo facevo in un tavolo a parte nel refettorio dei ragazzi. Fu per merito suo che conobbi Eufrasia, una  diciassettenne, tutta scuola e chiesa. Frequentava, infatti, il Magistrale. Me la presentò una domenica a fine messa la stessa Madre Superiore. Mi colpirono subito i suoi occhi neri e la capigliatura bene ordinata. Vestiva bene, all’inglese. Ci scambiammo il primo bacio vicino alla Chiesa, al termine del rosario serale. E non di più. Con questa dissi a me stesso bisogna essere seri e semmai portarla all’altare. Eravamo felici per questi fugaci baci e strette di mano. La sera, passeggiavamo per il Corso centrale, zeppo di negozi bene accorsati ed uffici vari, assieme ad una folla di persone di ogni età e professione. C’era persino il cinema, dove venivano proiettati film di prima visione. Il più delle volte, mi accompagnavo con lei. Quando non poteva venire all’appuntamento, mi inviava un bigliettino e talvolta anche una lettera vera e propria per scusarsi e nel contempo per scrivermi frasi piene di sentimento.  Qualche volta ci spostavamo a Salerno, una città che mi piacque subito, per il mare, l’elegante geometria dei suoi palazzi nuovi, e perché no anche per  il suo centro storico assai antico e ben conservato. A dirigere il collegio c’era Padre Antonio, alias “piede sporco”. Detto così per le sue estremità costantemente annerite, per via dei sandali e un po’ anche per le strade polverose, che l’intraprendente frate era costretto a percorrere ogni giorno. Era molto ligio nella disciplina sia verso i ragazzi, sia verso i genitori, quasi sempre composti dalla sola madre, per via di vedovanza e soprattutto perché figli naturali. Nelle prime ore pomeridiane, accompagnavamo i ragazzi a fare ricreazione presso il campo sportivo dell’Istituto. Oltre a me c’era anche il mio compagno di professione, detto  “Gino Paoli”, data la sua stretta somiglianza con il famoso cantante. Mentre gli alunni erano impegnati nelle loro partite di calcio od altro, noi ci mettevamo a chiacchierare sul bordo della strada, confinante con il quartiere periferico, detto “Far West”. Il nostro interesse ovviamente era riservato alle ragazze, che da qui passavano per recarsi in centro. C’era una coppia di fanciulle povere ma bellissime, come povero e trascurato era pure il loro quartiere di case popolari. Esse vestivano o meglio erano svestite alla stessa maniera (ma non erano sorelle). Si chiamavano Orietta e Maddalena. Sembravano gemelle almeno nell’età: quindici anni. L’una, aveva i capelli neri come la pece ed arricciati al naturale con attributi bene in mostra; l’altra si presentava alla stessa maniera, nonostante  i suoi  capelli fossero biondi e  lisci. Avevo adocchiato la prima e me la crescevo con gli occhi, ogni volta che mi passava davanti. Durante un pomeriggio, si fermarono entrambe e così avemmo modo di appartarci separatamente, io da una parte del lungo muraglione, il Paoli più in là. Fu allora che scambiai con Orietta baci e carezze al seno a strappo. Pochi minuti dopo entrambe erano già lontane. Ci piacevano tanto e ci scaldavano il sangue. Così ripetemmo l’operazione a giorni alterni. Una volta ci avventurammo persino a farlo sotto le loro case. Intanto, io continuavo la mia tresca seria con Eufrasia, convinto più che mai che i  rapporti fossero complementari. Perché l’una rappresentava l’idealità del matrimonio e l’altra quella del sesso. A un certo punto decisi di prendere la patente di guida e mi iscrissi all’auto scuola. Io e la teoria eravamo tutt’uno. Diventai subito il primo della classe. Parimenti per la guida, perché il mio apprendimento non era numerato ad ora, ma a giorni interi. E questo perché l’istruttore era diventato un mio amico e compagno stretto, sempre per merito delle ragazze, Eufrasia e la sua Antonietta, che erano amiche per la pelle. Dopo un mese esatto fummo convocati a Salerno  per l’esame. Ovviamente  ad accompagnarmi con l’auto della scuola guida, fu il mio istruttore. Nel giro di pochi minuti risposi alle domande-quiz e consegnai subito l’apposito foglio. Apriti cielo, non appena fuori, giù rimproveri a catene da parte del direttore della scuola! Ripeteva: “hai tradito i tuoi compagni. Dovevi aspettare che loro finissero!. Il giorno successivo sostenni la prova pratica di guida. Appena cento metri. Dopo il semaforo, l’ingegnere mi disse “Accosta, auguri!”. Ero patentato. A fine estate, quando ormai avevo preparato le valigie per andare in ferie dalle mie parti, eccoti il colpo di fulmine: Eufrasia, avendo scoperto la mia tresca col Far West, mi fece recapitare la lettera di rottura del fidanzamento per colpa, la mia. L’anno scolastico successivo fu molto triste. Infatti, un certo giorno mi convocò in sede la superiore e mi disse a bruciapelo: “Tonì, in paese è accaduta una grande disgrazia! Mentre i ragazzi stavano giocando è scoppiata una bomba. Per cui hanno perso la vita tre di essi, tra cui il mio pronipote Pinuccio; gli altri sono rimasti feriti gravemente”. Mi si raggelò il sangue nelle vene e mi unii anch’io al pianto della religiosa. Seduta stante, decisi di tornare a casa per rendermi conto di che cosa fosse capitato realmente, ma anche per riprendere fiato, perché la vicenda mi aveva fortemente sconquassato, facendo emergere nella mia memoria, un altro scoppio di bomba che ferì alcuni compagni di gioco, nel quale non fui coinvolto solo per puro caso. A quell’ora si pranzava a casa. Per altre vicende capitatemi nel frattempo, non tornai più in collegio e in sostituzione ci mandai altri compaesani.

 

 

 

 

 

Di Antonio Del Vecchio

Giornalista, scrittore e storico. Ha al suo attivo una cinquantina di pubblicazioni su tradizione, archeologia e storia locale.

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