É da poco in vetrina, per i tipi di Malatesta Editrice,Apricena in poesia…”. Lo è con il suo Borgo antico, le sue vie principali interne ed esterne, i dintorni con i tratturi, le antiche e nuove masserie, le tradizioni, le festività religiose e profane, la sua storia.

Si tratta di 120 pagine piene, con tipica copertina, illustrata dal caratteristico stemma della città, comprendente l’immagine del cinghiale. Un animale, quest’ultimo, che nei tempi passati attirava cacciatori da tutte le parti. Tra l’altro, lo stesso imperatore Federico II, che secondo la tipica leggenda gli dedicò il nome, per via della conclusione positiva dell’evento venatorio in parola.

Il tutto è raccontato in versi sia nel tipico dialetto, reso famoso dal suo figlio più illustre, Matteo Salvatore, sia in italiano, per farsi leggere e gustare anche dal pubblico nazionale.

Il volume si avvale della prefazione a firma del primo cittadino, Antonio Potenza e degli assessori competenti, Anna Maria Torelli e Carla Antonacci, che ne apprezzano il nuovo modo di interpretare e fare storia di una realtà marginale, la cui vita ed identità non è dissimile da quella generale, perché riguarda l’umanità nella sua essenza.

In proposito si evidenzia, infatti: “…L’Autore, con le sue pagine poetiche, esprime un sincero affetto verso la propria terra e le sue tante vicende umane che ne hanno generato e distinto la cultura: indagando, studiando e raccogliendo sparse memorie, egli tesse un quadro unitario delle proprie radici e offre con umiltà un contributo per la crescita sociale e civile delle future generazioni…” .

Non di meno ne mette in rilievo le ragioni medesime chi scrive, che si sofferma sul pane, definito “l’alimento classico delle nostre popolazioni di ieri e di oggi”. Tant’è che sul tema si “…sbizzarrisce, utilizzando il suo sapere in merito e le varianti gastronomiche. Così che abbiamo il Pane degli Ebrei; il Pane di Cristo; il Pane degli Apricenesi; Pane, olio e zucchero; Pane e pomodoro; Pane acqua e sale; Pane abbrustolito; Pane e uva passa; Pane caldo.

Insomma, si è di fronte non al solito libro di poesie che gratifica solo chi scrive, ma che incuriosisce ed invoglia i lettori a leggerlo “…da cima a fondo, per apprezzarne il variegato contenuto sull’apricenesità, in termini di linguaggio – racconto, di melodia poetica e di sentimenti…”. L’insieme è scritto – con il lessico semplice e cadenzato di cui è impastato non solo l’autore Franco Ferrara, ma il popolo intero del luogo, quello amato e cantato, come si diceva all’inizio dal grande ed irripetibile , Matteo Salvatore, che qui è nato, ha vissuto la sua vita giovanile ed è sepolto nel cimitero del posto.

Ad maiora all’Autore che anche con questo libro si è dimostrato in tutto e per tutto creativo ed originale.

Di Antonio Del Vecchio

Giornalista, scrittore e storico. Ha al suo attivo una cinquantina di pubblicazioni su tradizione, archeologia e storia locale.