scorcio di costa garganica

Ci siamo. Ecco l’ultimo capitolo del romanzo “Ritratto del giovane Ottavio / Racconti garganici”, di Antonio Del Vecchio, prossimo ad andare in stampa.

<<Nei primi anni ’70 le auto si  moltiplicarono a dismisura  in paese. E questo accadde sia per l’avvenuta acquisizione e diffusione della benedetta patente di guida da parte di molti giovani, specie tra gli  studenti, che riuscivano a primo colpo a superare l’esame di teoria,  sia per l’accresciuta economia, che aveva raggiunto l’apice del famoso boom.  Anche Ottavio, dopo aver acquisito la patente in quel di Salerno, diventò proprietario – gestore di un’auto tutta sua. E questo grazie al contributo pecuniario fornitogli dai genitori emigranti. Si trattava di  una mini-minor ‘Innocenti’ 850 cc. con tetto giallo e corpo verde marcio, che segnerà gran parte della sua vita di gioventù. É con questo automezzo che si appresterà a vivere un’altra simpatica ed indimenticabile avventura, consumatasi nell’estate di quegli anni ruggenti. A segnare il tempo con la musica e le canzoni dei Jubox erano: Isa Isabella degli Alunni del Sole; Pensieri e parole di Lucio Battisti; Casa mia di Equipe 84; La casa in riva al mare di Lucio Dalla; La ballata di Sacco e Vanzetti di Joan Baez; La casa degli angeli di Caterina Caselli;  Lola, bella mia de I Califfi;  e tanti altri pezzi forti ancora di Cucchiara, Gagliardi, Cinquetti, Vecchioni, Beattles, Rolling Stones, I Pooh, Mina, Zanicchi, Lauzi, Dik Dik, Formula 3, ecc.  La sera prima i soliti abitué si erano visti in pizzeria,  e , animatore zio Pino, detto il romano, unitamente alla comitiva dei vacanzieri milanesi, tra cui Francescuzzo (già citato in altre parti del libro), concordarono seduta stante la spedizione al mare in quel di Calenella, spiaggia-stazione a quei tempi assai frequentata dal turismo nordico, in particolare, da svedesi, francesi e tedeschi. Non c’erano ancora i grandi alberghi, ma essi  soggiornavano nei campeggi con roulotte e tende, presso alloggi privati, ecc. Si cominciò il lunedì dei primi di agosto, per tirare avanti almeno per una settimana. La mattina ben presto si ritrovarono con le rispettive auto ed occupanti in Largo Portagrande: una 1100 Fiat R, con i fidanzatini di lungo corso, Donald e Liz (così si facevano chiamare, per emulare i Beattles) più due ragazze di Milano; la mini di Ottavio con due germani, figli di paesani, residenti a Bari, e una pronipote; la nuova e scattante A 112 di John, detto anche piccolo Gianni per via degli occhi pungenti e la mimica facciale, costantemente volta allo sfottò, con tre occupanti ; una cinquecento Fiat di colore bianco, guidata ed occupata da chi sa; c’era, poi, una Fiat 125, ultima serie, di colore giallo sabbia, di ‘messié’ (monsieur) Nicolas, a quel tempo con il braccio destro ingessato, non per niente soprannominato il ‘mancino’, bello e garbato come sempre, si portava a bordo – stando al ricordo di Donald – due sorelle, un fratello e il fidanzato di una delle due, Teo; a seguire, c’era della medesima marca italiana una Spider bene accessoriata con una sola coppia. Il riferimento è  all’intraprendente fusto Emilio e alla sua compagna, una rossa e prosperosa diciassettenne rimorchiata dalla Germania. La coppia  era rientrata in paese, come tanti altri emigrati, per vacanza, sfoggiando ognuno una macchina di grossa cilindrata, a prescindere dal reddito. Si diceva che la maggior parte di essi, pur di apparire, in terra straniera si privavano persino della birra. Faceva eccezione Emilio. Infatti, il giovane, non appena diplomato alle Superiori, aveva seguito il padre , svolgendo sin dal primo giorno il suo onorato ed apprezzato impiego presso gli uffici di Emigrazione italo – tedeschi; Pino, lo zio di tutti, era a bordo di una lancia blu, assieme allo ‘spretato’ alla guida. Quest’ultimo era un affabulatore nato , che faceva perdere la testa alle donne a primo colpo, come accadrà anche quel giorno, di cui  si dirà. Insomma, la comitiva assommava ad una ventina di elementi, entusiasti e decisi ad ammazzare l’estate con ogni comfort. Specie sul fronte delle conquiste amorose. La colonna di auto si snodò subito lungo la provinciale per la vicina Jana, che fu sorpassata in un baleno ,  inerpicandosi verso il Bosco e poi attraverso la via del mare i vacanzieri si immisero sulla statale che li porterà a destinazione. Poco prima di arrivare al passaggio a livello, una occupante dell’auto di Ottavio, M.C, da poco adolescente, cominciò ad avvertire dei giramenti di testa  accompagnati  da nausea e conati di vomito. “Come – cominciò a dire, anzi a sfottere, il guidatore –  non sei di stomaco forte come ti addice il soprannome, non riesci a sopportare manco un viaggio in auto ad andatura moderata? Ora mi fermo”. Così fece. Non appena fuori, la ragazza rimise tutta la colazione della mattinata. Il viaggio continuò tranquillo. Ma non per Ottavio, che, permaloso com’era, disse a se stesso, “la giornata è cominciata storta e sicuramente finirà peggio!”, come in seguito sarà per davvero. Il viaggio, tuttavia, proseguì senza alcun inconveniente di rilievo. La coda,  sorpassando prima  Torre Mileto e poi Capoiale, abbordò a gonfie vele il rettilineo di Foce Varano. Qui, davanti alle prime e sparute case,  l’auto dello ‘spretato’, alla vista di una turista in due pezzi che segnalava con una mano lo stop, si fermò, bloccando il resto del traffico. L’interessata salì a bordo del soccorritore senza profferire parola, anzi a gesti fece capire che era una nordica. Si appurò più avanti, dalla parlata e dall’interrogatorio che ne seguì che era una polentona puro sangue. Dopo una mezz’oretta, costeggiando la ferrovia, e attraversata l’affollata San Menaio si pervenne a destinazione, ossia a Calenella, una vistosa e sabbiosa insenatura, dove nelle vicinanze del verde campeggiava la stazione capolinea, gestita da un decennio dalle Ferrovie del Gargano.  La stessa  società che ne continua la gestione attualmente, dopo aver rifatta ed ammodernata la linea a trazione completamente elettrica. A quel tempo la piccola baia, ad un tiro di schioppo da Peschici e dall’Abbazia di Calena, dove viene venerata la S.Maria, patrona della cittadina, era pressoché deserta di ombrelloni. La riva era popolata di stranieri, facilmente individuabili per via della loro statura alta e della carnagione chiara, in prevalenza di sesso femminile. A quel tempo, i giovani, in massima parte studenti, si muovevano con la pratica dell’ autostop, solcando in lungo e in largo l’Europa, da Londra a Parigi, dalla Svezia e Danimarca a Vienna, a Roma e al caldo Mare Nostrum che era la loro meta preferita. Sistemate le auto in parcheggi improvvisati, dopo essersi rifocillati presso l’unico Bar-ristorante del posto, la comitiva si diresse verso la spiaggia con i loro variopinti ombrelloni e le borse con le loro cianfrusaglie. A un certo punto Gianni, li bloccò dicendogli: “Aspettatemi qui, devo fare un po’ di soldi!” Quindi, prese il cappello e, fingendosi storpio, affrontò il variegato pubblico dei vacanzieri con la mano tesa. Parecchi di loro , sopraffatti dallo scoramento per le presunte storture dell’infortunato, man mano depositarono  nel copricapo teso il loro obolo. Ad un certo punto, l’interessato, temendo di essere scoperto da un momento all’altro, si allontanò di colpo dal luogo dell’operazione e girando dal di dietro degli ombrelloni raggiunse i suoi amici con la contentezza in corpo. Aveva raggranellato un migliaio di lire. Orgoglioso di averla fatta franca, disse ai suoi attenti interlocutori: “Ragazzi, dobbiamo inscenare una processione e cantare la nostra canzone preferita!”. Così insieme agli altri indossarono a mo’ di pianeta gli asciugamani, uno davanti e l’altro di dietro, così come fanno i preti alle funzioni e si avviarono in corteo lungo la spiaggia. A cominciare il ritornello era il piccolo Gianni con “l’accompagnarono… l’accompagnarono… al cimitero”, seguito a ruota dal resto del coro con “Trecento p…vestite di nero”. La improvvisata processione destò sorpresa e piacere non solo tra i vacanzieri italiani, ma soprattutto tra quelli stranieri, che subito puntarono sugli interessati le loro cineprese, per ritrasmettere la videata chissà dove. La manifestazione durò per qualche ora e passa, ossia fino a quando non sopraggiunse la noia, come spesso accade tra i giovani. Ripresa poi la loro roba  i nuovi arrivati impiantarono  i  variopinti  ombrelloni in uno spazio libero  a pochi metri dalla spiaggia. Il cielo era terso e luminoso, l’acqua cheta sorvolata di tanto in tanto da una leggera risucchia. Dopo essersi spogliati e appesi gli indumenti all’interno dei rispettivi ombrelloni, quasi tutti si sistemarono sui grandi e colorati asciugamani, altri ancora entrarono in contatto con il mare affondando i loro piedi nell’acqua fredda, almeno così pareva all’inizio, per poi proseguire man mano verso il largo, senza mai superare il mezzo busto, specie quelli che non sapevano nuotare, comprese la maggior parte delle ragazze della comitiva. Ottavio, in questa arte, si riteneva un maestro, avendo imparato a nuotare ad undici anni, ossia da quando stava in  Collegio a studiare da  frate, parimenti allo spretato, che di anni nella professione religiosa, ne aveva trascorso quasi una decina. L’improvvisato ‘maestro’ adocchiò subito una delle milanesi, quella più carina e docile. Si chiamava Beatrice. Era fresca e spumeggiante con la sua carnagione rosea, i capelli castani alla maschietto e i lineamenti del viso veraci e schietti che ti eccitavano la fantasia, ispirandoti procaci avventure, puntualmente insoddisfatte.  Piano piano il giovane la convinse ad affidarsi alla sua arte, meglio alle sue mani. Cominciò a reggerla distesa nell’acqua sorreggendola al centro e incitando l’allieva a muovere le mani. All’inizio, lei aveva paura e diceva all’altro: “Reggimi, non lasciarmi, altrimenti affondo”. Ottavio non se lo faceva ripetere due volte. E così l’abbracciava e la toccava non senza malizia per non farla cadere. Di queste lezioni a buon mercato ne godeva ed arrossiva. La ragazza gli piaceva e sicuramente si sarebbe presto innamorata, forse lo era già.  Il piccolo Gianni, intanto, assieme allo zio Pino, si muovevano in lungo e in largo sulla spiaggia alla ricerca della propria anima gemella, forse non riscontrandone una all’altezza della situazione nel gruppo di origine. Chissà che cosa bolliva nelle loro teste ‘calde’ e spregiudicate, forse in fondo in fondo erano soggetti un po’ timidi, facendosi arditi solo con estranei. A mezzogiorno in punto , presi dalla morsa della fame,  ritornarono agli ombrelloni e diedero il via all’improvvisato e parco pranzo. Ognuno tirò fuori dalla sua borsa tutto ciò che aveva. Alcuni, i panini con la mortadella e le braciole di frittata; altri le brioche e le pizzette comprate al bar; altri ancora il tegame con la pasta al forno. Da bere c’era un po’ di tutto, dall’acqua in borraccia alle birre con vuoto a rendere, alla bottiglia di  vino  rosso o bianco che sia. Alcuni di essi, come quelli della pasta al forno  si sedettero attorno ad un tavolino pieghevole, i rimanenti, disseminati  a gruppi sulla spiaggia, si servirono come poterono. Non si erano contati. Ma dovevano essere almeno una ventina di varia età e forse con qualche femmina in più. Ottavio, come al solito, si appartò con le milanesi da poco conosciute, unitamente alla passeggera soccorsa durante il viaggio.  Dopo il pranzo, a quel tempo la pennichella era un’esigenza pressoché  sconosciuta, arrivò la  prorompente allegria e la voglia di muoversi e di trascorrere in fretta le ore di digestione per ributtarsi in mare e godere della frescura delle sue acque che a quell’ora si faceva desiderare. Così ché  al piccolo Gianni venne la felice idea di “perdere tempo” con la costruzione di un’ardita piramide umana, di quelle da ricordare per il resto della vita. Come noto, l’abitudine e la diffusione di questa sorta di gioco a buon mercato deriva da  una coreografia utilizzata dagli artisti circensi e poi diffusasi tra il pubblico dilettante  o amatoriale. In pratica  i partecipanti di detta iniziativa formano una piramide di persone sovrapposte una sopra l’altra, ognuno tenendo sulle spalle o sulla schiena altri, appoggiandosi su due partecipanti al livello sottostante.  E questo nella consapevolezza  di compiere non tanto delle figure acrobatiche piuttosto rischiose, quanto di divertirsi senza farsi alcun male, a differenza di quanto accadrà da lì a poco tempo.  Questa volta, a prendere l’iniziativa per primi, ci pensano i giovani più forti e coraggiosi, quali si dimostrarono da subito essere zio Pino e Donald, favoriti dalla loro pari altezza e robustezza. Sulle loro spalle si inerpicarono con agilità, la ragazza ‘rimorchiata’ poco prima e lo spretato, ormai in preda al loro reciproco fuoco d’amore.  In terza fila salirono con qualche difficoltà Emilio e la Tedesca. Alla quarta fila si sistemarono il giovine milanese e la barese. Era quasi tutto finito. L’ultimo ad issarsi per completare l’operazione doveva essere , come al solito,  il più magro e leggero della compagnia ossia la ‘trovatella’ milanese di Foce Varano, che riuscì in un balzo a salire in cima. Ma vi rimase appena una manciata di secondi, perché  il tutto all’improvviso rovinò.  Infatti, qualcuno o meglio lo zio Pino dal primo giro cercò  con una mano  di tirare giù il costume  al suo sovrastante, che era il piccolo Gianni. Quest’ultimo, data l’insistenza tentò dapprima di resistere, ma poi rischiando la imminente  nudità, si difese strattonando decisamente. La costruzione dapprima ondeggiò a dritta e a manca, poi si disfece in un baleno. La forestiera stramazzò a terra e sopra di lei il milanese con il  mento conficcato sulla testa di lei. Il risultato finale fu  di due feriti  abbastanza gravi. Almeno così si  pensava nell’immediatezza. Tuttavia, l’uno ebbe il mento quasi del tutto fratturato, l’altra il braccio destro che penzolava, fortemente addolorato e sanguinante. Si pensò subito al Pronto Soccorso, ma l’ospedale, quello di San Severo era pressoché irraggiungibile. Qualcuno dalla spiaggia suggerì Peschici. Donald caricò l’uno e l’altro nella sua auto e seguito dall’automezzo di Gianni con a bordo altri, di cui si è dimenticato il nome. Insieme arrivarono alla struttura sanitaria. Si trattava di un servizio privato e quindi a pagamento. Si pagò cinque mila lire, tanto per quei tempi. Situazione che  procurò rabbia e pianto tra gli accompagnatori. Fu così che alcuni di essi pensarono bene di prelevare, a mo’ di compensazione, dei piccoli quadri, olio su tela, appesi alle pareti della lussuosa sala di attesa del medico, avaro e  venale. La sera mogi mogi si avviarono sulla strada di ritorno con la coda tra le gambe. Ma non è finita. Arrivati in paese, ci si accorse che mancava all’appello una macchina. Era quella più visibile, ossia la spider di Emilio con la fidanzata. Ma non ci si preoccupò più di tanto, fino a quando una telefonata non pervenne a casa di Donald (uno dei pochi, se non l’unico della compagnia ad avere il telefono domestico). Alla cornetta si fece sentire, con la sua voce pacata lo zio di Emilio, che per via della tedesca che di solito si attardava a rimanere in acqua per lungo tempo, non aveva fatto in tempo a mettersi in coda alle auto della comitiva. Per cui aveva spinto l’acceleratore un po’ troppo, finendo fuori strada tra gli ulivi, proprio quando da poco aveva cominciato  la salita della montagna. Qualche ora dopo l’interpellato, assieme ad un uomo esperto e al ruba cuore con la sua Lancia, raggiunsero il luogo  dell’incidente  e, dopo un  insistente ed alterno viavai, ritrovarono gli scampati sani e salvi seduti su un muro a secco. Qualche giorno dopo fu tirata fuori l’auto ammaccata in più parti e trasferita a San Severo in carrozzeria, da dove sarebbe uscita qualche settimana dopo restaurata di tutto punto.  Ciò nonostante la comitiva non si sciolse, ma proseguì la vacanza allo stesso modo per tutta la settimana, a giorni alterni e a seconda del vento che spirava. Si andava  una volta sulla costa del Gargano Nord, l’altra sulla parte orientale  del Promontorio (Siponto – Manfredonia; Macchia-Mattinata) fino alla Baia di San Felice, a quel tempo una semplice masseria dove le galline starnazzavano per la spiaggia, rincorrendosi sino a riva>>.      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di Antonio Del Vecchio

Giornalista, scrittore e storico. Ha al suo attivo una cinquantina di pubblicazioni su tradizione, archeologia e storia locale.

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