San Marco in Lamis.

Un Alexis più vero e intimo, lo riscontriamo nella poesia “A zia Giuseppina”. E’ uno sentimento puro  che lo si può provare solo quando si è ragazzi, ossia quando si è psicologicamente più deboli e bisognosi d’affetto e per di più viene a  mancare il sostegno morale ed affettivo  più grande ed insuperabile della vita, come può essere quello della morte della mamma. Si tratta di quella che l’ha dato la vita e visto crescere, accompagnarlo nei primi passi, fremere quando lui era ammalato, coprirlo di baci nei momenti più critici del vivere quotidiano.

La donna che lo guardava a vista, come carne sua e non lo lasciava solo un minuto. Quella che quando tornava da scuola, lo accoglieva con un bacio e poi lo accudiva a pranzo, come il prediletto, perché attorno aveva fratelli più grandi e maturi, verso i quali la donna provava orgoglio e amore di mamma, ma non la tenerezza, che si  riversa solitamente tutta sull’ultimogenito.  A 11 anni, gli muore la mamma. A 12 anni,  il padre, per necessità (aveva in casa tanti figli maschi da accudire) e forse anche per sentimento di persona ancora giovane e vogliosa di vivere, si sposa per la seconda volta.  Il papà, come l’altra,  ha appena superato i quaranta cinque anni e per di più è vedova e smarrita come lui, per aver perso il marito in guerra. Era partito, per non tornare più, quando lei era giovanissima e appena sbocciata alla vita di coppia. A questo punto, l’unico inghippo  per Alexis è che non riesce a pronunciare la parola mamma, ad un’altra donna. Forse lo fa più per principio che col cuore, se non peggio, per abitudine. Una maldestra abitudine, che il giovane prima e l’uomo maturo dopo, spera di cassare quanto prima dal suo comportamento. Per cui quando in ogni momento è costretto ad interpellarla direttamente , a voce o per telefono, la chiama “Zia Giuseppina”. Ma lei non ci bada e continua a svolgere il suo ruolo ‘materno’ con affetto e dedizione verso tutti i componenti della famiglia. Per il poeta ancor di più, perché, appunto, è il più piccolo e bisognoso sul piano fisico e psichico. Col passare degli anni il binomio”Zia Giuseppina” si fa sempre più dolce e più intimo rispetto agli altri zii, pure di sangue. Tutto questo fa la differenza. Non a caso, quando lei muore, il giovane ha la medesima stretta al cuore, come quella provata per la mamma vera. Solo allora si scioglie e pronuncia la fatidica parola mamma. Lo fa letteralmente con il saluto estremo “Addio, mamma!” e la firma “Tuo figlio”. Così fanno pure le sue figlie, che riescono e continuano a chiamarla “nonna”. E la pace – pentimento  con il suo passato finalmente è fatta, mentre la ‘zia’ sorridente guarda dall’alto, come d’altronde la mamma vera. Eccovi, ora la poesia!

 A Zia Giuseppina

Ti chiamavo zia Giuseppina,

ma per te ero tuo figlio, mai hai

smesso di essere la mia mamma.

La tua presenza forte è stata

discreta  e rispettosa.

Non uno screzio, una voce alta.

davi tutto con gioia e affetto.

Il legame che avevi era pieno

d’amore, eri vicino come mamma,

pur se ti chiamavo zia.

Ti sentivi mamma nel bene che

mi volevi. La sera non andavi a letto se non tornavo,

al telefono mi rispondevi “dimmi bello”

con voce gioiosa.

Era da poco morta la mia mamma,

questa parola non usciva più dalle

mie labbra, e mi son rivolto a te

chiamandoti zia Giuseppina,

tu hai capito e compreso.

Sempre mi sono sentito amato

come un figlio. Mi ha consolato avere

sentito le mie figlie chiamarti nonna.

Ora, mi addolora non averti chiamata

mamma ancora in vita. Addio mamma!

Tuo figlio.

 

Di Antonio Del Vecchio

Giornalista, scrittore e storico. Ha al suo attivo una cinquantina di pubblicazioni su tradizione, archeologia e storia locale.

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