Rignano G., Arco Belvedere

Fabrizio era una persona particolare. Cento ne pensava, ma quasi tutte le sperimentava. “Costi quel che costi…!” – pungolava se stesso – L’importante è arrivare all’obiettivo!. È il caso della seduta spiritica, studiata appuntino, attraverso i libri e il racconto orale e pratico dell’arte antica.

Un arte, praticata soltanto da taluni spiriti eletti, come lui, che grazie al possesso di una intelligenza superiore alla media, sapeva tutto del e sullo spirito umano: dall’ancestrale paura verso l’ignoto e il mistero della morte alla processione dei morti a Pasqua l’Epifania; dalla preparazione del pasto serale alla commemorazione annuale dei Defunti, al colloquio con le anime in qualsivoglia frangente.

Qualche settimana prima era venuto in possesso di alcuni libri di occultismo. Se li era fatti prestare dai cultori e praticanti di siffatta presunta scienza. Li aveva letti e riletti più volte.  Insomma era preparato al massimo sull’argomento, tanto da poter condurre una vera e propria seduta collettiva, per parlare e chiedere consigli ad uno o a più defunti.

In paese c’erano solo due soggetti che ne portavano avanti  la tradizione, un tempo assai più diffusa, perché ci si occupava  di ogni cosa dalla medicina popolare con le sue erbe e pozioni  alle cosiddette ‘fatture’ o malocchio che dir si voglia. Come per esempio quella di liberare una donna o un uomo dall’amore cieco o passione; generare discordia tra due innamorati o distruggere un qualsiasi avversario o concorrente anche nel lavoro e nell’arte.

Gli unici esperti in campo, ancora viventi, si chiamavano Maria e Ignaziuccio. La prima non si negava a nessuno e a tutti dava il consiglio risolutivo. L’altro, era il ‘papa Girolamo’ di turno, pronto sempre ad intrecciare o a trovare la soluzione giusta al momento giusto. E questo, specie quando si trattava di amanti e di amori contrastati. Lo si incontrava, quasi sempre nella casa di lei, ad ogni ora della giornata, persino durante la notte. Non si sa se si trovasse lì per motivi di  ambasciata o addirittura come vero e proprio sostituto consolatore dell’intesa.

Ed ora veniamo a noi. A Fabrizio, non interessava tutto questo, tanto meno incontrare o parlare con quelli dell’al di là, bensì la seduta serviva a ben altro, come si dirà. “Allora? – mi chiese – non appena mi vide in uno dei tanti  pomeriggi di mezza estate in piazza – Hai avvisato tutti?. Sì – gli risposi, elencando ad uno ad uno tutti i nomi dei partecipanti, in maggioranza di sesso femminile. Mi sono fatto dare anche la chiave. Possiamo andare quando vogliamo!”, conclusi il mio biascicando discorso. Lo era per via della sete e del sudore che mi colava da ogni dove. Alle sette in punta (ossia alle 19.00)- mi ripeté lui!”

La casa prestabilita era al piano interrato di via tale dei tali, nei pressi di una cavernosa e profonda arcata, una delle tante che distinguono ed adornano il centro storico medievale. Per lo più servivano all’utilizzo di più locali posti  al piano superiore, evitando così la costruzione di scale e scalette in muratura. Era un monolocale, con il portale assai basso, fornito come tutte di una ‘vetrina’ o ‘innanzi porta’, come si chiamavano un tempo  e una finestrella di rimpetto. Da qui si poteva ammirava un panorama immenso, il cui orizzonte abbracciava l’ intero Tavoliere Sud.

Una volta, ricordo che qui organizzammo una delle tante serate da ballo. Ad un certo punto, mi accorsi che dal mucchio dei dischi a 45 giri, mancava un disco a noi caro: “Only You”; caro,  perché ci permetteva di stringere la partner a più non posso, sino ad avvertire, in termini di emozioni, anche i palpiti e i movimenti più secreti. Seduta stante decisi di andarlo a recuperare nel mio archivio di casa. Dopo una decina di minuti rientrai, ma mentre attraversavo la porta, non avendo abbassato la testa al momento giusto,  presi una tremenda botta, tanto da farmi vedere letteralmente le stelle. Ricordo che una botta dello stesso tenore e densità si rinnoverà di lì a poco. Questa volta non per caso, ma a posta.  

Tra gli invitati alla seduta spiritica c’era una prima donna, anzi la protagonista della seduta, quella che aveva ispirato la fervida fantasia del mio amico ad architettare il tutto. Si chiamava Maria Maddalena. Aveva più o meno la nostra età. Ma era di una bellezza terrena che ti faceva riscaldare in un baleno il sangue nelle vene. Carnagione chiara, capelli marroni inanellati. Altezza normale, busto energico, sorretto da  due gambe, delicate sì, ma ben piantate. Segno distintivo: un petto rotondo, ben sodo  e tangibile da ogni punto di vista. Anzi era propria questa particolarità a fare innamorare e fremere Fabrizio che di donne, nonostante tutto se ne intendeva a iosa. Ad onor del vero, la riunione era stata architettata proprio a questo scopo: cioè avere a portata di mano la preda ossia  parlare con lei e soprattutto saggiare le sue palesi o nascoste qualità  muliebri. Chissà quante notti, l’amico, aveva vegliato e sognato con questo chiodo fisso!

Comunque sia, all’ora stabilita, procedemmo a coppie o a gruppi verso l’ambita meta. In pochi minuti ci trovammo tutti. Fabrizio ci fece disporre attorno al tavolo, più o meno accoppiati. Io e lui ci mettemmo al centro. Ovviamente alla sua destra fece accomodare la sua diletta. Era ben vestita, con abito e scarpe con tacchi robusti all’inglese. Alla mia destra si dispose la mia fiamma, un tipo mingherlino, con i capelli neri e la boccuccia segnata appena da due labbra rosse e carnose, con il  seno appena abbozzato e gonnellina nera a campana. In tutto eravamo nove. Numero dispari per norma.

Il capo tavola, ci disse di ‘fare catena’, ponendoci in silenzio e concentrandoci su noi stessi. Tutto questo, a suo dire, avrebbe permesso a lui di utilizzare  uno stato di tensione mentale ed emotiva. Per di più tale situazione avrebbe contribuito di impossessarsi dell’intera energia del gruppo, necessaria  per richiamare a sé le forze indispensabili per il  “contatto” con l’aldilà. Così facendo, dopo qualche tempo, il tavolino, secondo il nostro ‘medium’, dovrebbe ad un certo punto fremere, scricchiolare o addirittura alzarsi leggermente da una parte. Da questo momento avrebbe iniziato la  comunicazione con l’entità superiore e il dialogo si sarebbe subito istituito con i classici colpi battuti sul tavolino, dando così voce agli spiriti, in particolare a quello evocato. Ma le cose non andranno così. Ad un certo punto Fabrizio, voglioso di arrivare subito all’obiettivo, invitò le fanciulle  ad accendere le candele che ognuna sorreggeva con la mano destra.

Ad un certo punto, disse: “Massimo silenzio e spegnete le candele!”. La stanza piombò nel buio più completo. Si vedeva a malapena lo scintillio delle stesse dalla finestrella. Intanto, Fabrizio, invocava “Bertì…,  Francì…, Petru…!’ fatevi vedere che devo chiedervi lumi. Ma mentre pronunciava, queste parole, avvertii che il suo corpo si muoveva. Incoraggiato anch’io mi mossi per toccare la mia compagna a sinistra.

Dei gridolini smorzati di lei se ne accorse anche lui. Allora, pensò bene di farmela pagare. Al buio sfilò, infatti, la scarpa all’inglese della sua compagna di fila e me la tirò con forza in testa tanto da rivedere di nuovo le stelle sopra accennate. Nel frattempo, lui a più riprese diceva: “Ottà, Ottà vedi, vedì… sta venendo Petrucce, chiedegli che fine ha fatto Mattiucce, quello che rapito dagli zingari tanti anni fa.  Non è più tornato in paese? “. All’anima…, ripetetti più volte, reprimendo in me la bestemmia che mi stava per uscire di bocca, , all’anima…!.

Il nostro trambusto fu avvertito e in poco tempo invase un po’ tutti quanti, che pensarono bene di riaccendere  in un baleno lo loro brave candele. Ci guardammo in faccia, alcuni ridendo, altri come me montati su tutte le furie per l’esperienza fallita. Nessun morto si era affacciato alla porta tanto meno dalla fantasia di ognuno.

L’unico segno  rimasto della strana ed incompiuta vicenda fu lo scherzo giocato a mio danno dall’insuperabile burlone,  Fabrizio. Uno scherzo che presto dimenticai ed ogni volta che mi veniva in mente ci ridevo, anzi ci ridevamo sopra io e lui. Questo era il lato bello di Fabrizio, sapeva sempre scherzare. Lo faceva anche nei momenti più estremi, smorzando la pesantezza dell’atmosfera, o accrescendo l’allegria sopita.

 

N.B. Racconto ispirato a Giulio Stilla, professore di storia e filosofia alle Superiori, amico e compagno della mia movimentata gioventù.          

Di Antonio Del Vecchio

Giornalista, scrittore e storico. Ha al suo attivo una cinquantina di pubblicazioni su tradizione, archeologia e storia locale.

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